Burkini e Bikini. Come uomo comanda.

Pubblicato 18/08/2016 da paroladistrega

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In alcune città francesi hanno proibito il “burkini”  cioè quello specifico abbigliamento da spiaggia che indossano molte donne musulmane (vedi vignetta, per intenderci). Sulla libera scelta o meno delle donne, si potrebbe scrivere un tomo: perché ci sono quelle che lo indossano liberamente e quelle che lo indossano perché costrette dal contesto socio-familiare (leggasi padre o marito). Ad esempio, la consigliera PD Sumaya Abdel Qader sostiene di indossarlo in piena libertà di scelta. Ma sappiamo bene che esistono tante altre situazioni dove invece esiste l’imposizione di regole e comportamenti da parte della componente maschile del nucleo familiare. L’Islam non è un’unica realtà omologata.

Ora, per mia formazione universitaria e professionale, dovrei essere dalla parte di chi difende il burkini. Ma non ci riesco, perdonatemi. Con questo, non giustifico certo i “divieti” ufficiali e istituzionali, perché espressione tangibile del fallito e fallibile modello assimilazionista alla francese.

Ma non riesco comunque a considerare il burkini come un capo di abbigliamento “normale”. Perché su un piano umano, penso a queste donne che, con un caldo asfissiante indossano abiti coprenti per celare il loro corpo. Questo, si sa, è lo scopo. Queste donne devono indossare il burkini per nascondere se stesse, negarsi, sottrarsi alla vista degli uomini.

Nei social leggo opinioni-commenti di molti sostenitori del burkini  Ma il burkini non è solo un capo d’abbigliamento: è un SIMBOLO CULTURALE che serve a occultare la femminilità, la donna. Sarebbe carino pensare a un modello MASCHILE del burkini: quello sì che mi piacerebbe vederlo. Così, per par condicio. Ma non sarebbe possibile, perché l’obiettivo cambierebbe. E l’obiettivo deve rimanere il “controllo sulla donna“.

Ricordiamoci che i simboli sono costruiti   ad uso e consumo del patriarcato. Il burkini è quindi paragonabile a una cintura di castità, a una corazza, ai costumi anni Venti che erano imposti per nascondere le forme, ai veli delle suore che devono coprirsi  i capelli  (io sono cattolica e mi piacciono di più le suore senza velo, visto che i preti non portano veli).

Il burkini non è solo espressione di una cultura,  ma l’ennesima manifestazione-regola del patriarcato, presente in modo trasversale in ogni gruppo sociale del pianeta (escluse poche società matriarcali).

Però.

E noi donne occidentali che indossiamo il bikini? Noi non siamo forse manipolate dalla nostra cultura dell’immagine, del culto del corpo che ci vuole tutte belle-sode-magremaconquartadiseno? Noi non siamo forse rifinite e scodellate come la pubblicità desidera? Noi non siamo forse cellulite-dipendenti che se non volendo vediamo un avvallamento di un cm nella coscia ci facciamo dieci sedute dall’estetista?

Sì, anche noi siamo dentro il calderone. Tutte agli ordini dell'”uomo guardiano”. Burkini o bikini? In fondo accade  tutto secondo regole imposte.

Ciao. Vado a prendere il sole in giardino, alla larga da uomini guardiani.

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Il rogo delle donne

Pubblicato 03/08/2016 da paroladistrega

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Quando ho scritto il monologo “Chiamatemi strega” (pubblicato anche nel Blog di Franca Rame), ho parlato di “roghi” di streghe, con riferimento a una realtà storica, ma anche come attuale metafora del vivere femminile-femminista.

Sono Strega perché sono diversa, sono unica, sono un’altra, sono me stessa, sono fuori dalle righe, sono fuori dagli schemi, sono a-normale…  sono io!

Sono Strega perché sono fiera del mio essere animale-donna-zingara-artista e … folle ingegnere della mia vita.

Sono Strega perché so usare la testa, perché dico sempre ciò che penso, perché non ho paura della parola pericolosa e pruriginosa, della parola potente e possente.

Sono Strega perché spesso dò fastidio alle Sante Inquisizioni di questo strano millennio, di questo Medioevo di tribunali mediatici e apatici.

Sono Strega perché i roghi esistono ancora e io – prima o poi – potrei finirci dentro.”

Scrivendo quelle parole, non pensavo  a roghi di donne  concreti e contemporanei. Attuali. Ma a quanto pare, il rogo non è relegato nella storia antica delle donne e non è neppure solo una metafora. E’ una tragica realtà.

Perché oltre all’uso di mani-martelli-coltelli-mannaie-pistole, oggi nel femminicidio è presente il ROGO DELLA DONNA. E’ accaduto anche ieri a Lucca, nella mia Toscana. Vania Vannucchi è ora ricoverata in ospedale a  Pisa, dopo che un suo ex le ha cosparso il corpo con liquido infiammabile e le ha dato fuoco.

Anche Sara Di Pietrantonio, ricordate?  Accadde anche a lei, sempre per mano dell’ex. Ma lei è morta.

E’ successo a tante altre donne: arse, bruciate come streghe, per la grave colpa di non essere bambole a comando-manipolabili, oggetti da gestire-usare. Donne che dicono “no”. Donne che  si ribellano . Donne che hanno la forza di chiudere una relazione che provoca sofferenza e dolore. Donne che scelgono di cambiare vita, di ritrovare se stesse.

Donne che vengono punite con la morte oppure con segni che rimarranno presenti per sempre, nel corpo e nell’anima.

Stasera ascoltavo la notizia al telegiornale. Avevo in mano una bottiglia d’acqua e il braccio che la sorreggeva si è coperto di brividi. Nonostante il caldo afoso, avevo i brividi. Ho pensato che avrei scritto qualcosa qui nel blog. Ho anche pensato che scriverne non sarebbe servito a niente. Poi ho pensato che se non avessi scritto nulla, avrei continuato a sentire i brividi e a vedermi con quella bottiglia d’acqua in mano. Forse con il grande desiderio di annullare quel fuoco.

Ma io non posso spegnere nessun fuoco. E quell* che potrebbero fare qualcosa… non fanno praticamente nulla. Dov’è il cambiamento? Dove sono i risultati della politica nei confronti della mattanza delle donne?

Questa guerra è combattuta ad armi impari: da una parte ci sono arnesi-acidi-fuochi di morte. Dall’altra ci sono donne che scendono nelle piazze, scrivono, protestano, chiedono, lottano. Nel mezzo c’è tutto uno stagno di menefreghismo che mi fa veramente schifo.

I brividi per Vania rimangono. Ma almeno ho scritto qualcosa: io non voglio nuotare nello stagno del menefreghismo.

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3 agosto 2016: VANIA E’ MORTA.

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CENTRI ANTIVIOLENZA: DONNE, C’E’ UNA PETIZIONE DA FIRMARE

Pubblicato 10/07/2016 da paroladistrega
Petizione - Vogliamo competenza, non apparenza

Petizione – Vogliamo competenza, non apparenza

Ci sono tanti gruppi Facebook di femministe. Ne ho creati pure io e mi piace tanto discutere-confrontarmi con altre donne (e uomini, sì) su temi concernenti la Parità di genere. Ma noi femministe, ultimamente, siamo soprattutto concentrate sulla LOTTA ALLA VIOLENZA DI GENERE.

Tra i gruppi femministi che si occupano in modo specifico di questo dramma socio-culturale (direi “dramma umano”) c’è quello creato dalla Blogger Simona Sforza: Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi

Il gruppo sopra linkato ha lanciato una PETIZIONE online, con Lettera aperta indirizzata alla Ministra Maria Elena Boschi e al Ministro Angelino Alfano. La trovate anche nel Blog di Simona Sforza

Ho voluto contribuire con un suggerimento, alla stesura di questa Petizione. E non lo sottolineo qui, per le solite manie di protagonismo di cui molte (purtroppo) sono affette. Lo sottolineo perché alcune mi hanno fatto il pelo-contropelo. Perché? Cosa ho proposto di così sconvolgente da inserire nella Petizione (e che poi è stato inserito)? Questo punto: “creare un osservatorio nazionale sulla violenza di genere e sui Centri Antiviolenza, indipendente e aperto a varie figure, non esclusivamente professionali, che comprenda il mondo dell’attivismo femminile e femminista, per assicurare qualità del servizio e delle operatrici”. (Per inciso: non si propone qualcosa tipo “regime di polizia”, ma un Osservatorio Femminista).

Sì, dobbiamo firmare questa Petizione, perché da più parti ormai arrivano LAMENTELE (oddio, ho scritto maiuscolo … allora significa che “urlo”) da parte di tanti Centri antiviolenza che vedono confluire i fondi pubblici #nonsisadove.

Sì, dobbiamo firmare questa Petizione, perché da più parti ormai arrivano LAMENTELE (oddio, ho riscritto maiuscolo!) da parte di donne appartenenti a diverse sfere-ambiti di azione che rilevano la mancanza di “chiarezza”. Basti leggere questo articolo pubblicato su Repubblica.it: “Mancano i fondi: centri antiviolenza a rischio chiusura“. Nell’articolo si legge: “Non sappiamo quanti soldi siano stati dati e a chi”, fa eco Gabriella Moscatelli, presidente di Telefono Rosa che gestisce rifugi e la linea di aiuto 1522.” Appunto: c.v.d.

Vogliamo dire che tutto questo ricade sulle DONNE VITTIME DI VIOLENZA?

Io qui mi sono concentrata solo su un punto della Petizione: ma la stessa comprende diversi temi e problematiche da risolvere in pertinenza ai centri antiviolenza. Questo “sistema”, quello attuale dei Cav… fa acqua: non sono io a dirlo. Sono le stesse donne che operano a diversi livelli, entro l’ambito della LOTTA ALLA VIOLENZA DI GENERE.

Concludendo. Care amiche, come donna, blogger femminista, attivista, vi chiedo  di firmare la PETIZIONE  sopra linkata. Non limitiamoci alle lamentele: andiamo oltre. Cerchiamo di correggere-rivedere-riorganizzare il tutto.

Solo gli stupidi e le stupide non cambiano mai idea, strada.

Solo gli stupidi e le stupide non prendono atto di errori, mancanze, situazioni da rivedere-migliorare.

Ma noi siamo intelligenti.

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I camper antiviolenza. Mah…

Pubblicato 02/07/2016 da paroladistrega

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Abbiamo lottato tanto per avere i CENTRI ANTIVIOLENZA (c.d. “Cav”) su ogni territorio e abbiamo lottato tanto per renderli efficaci ed efficienti: tutto ciò per poter fornire alle donne vittime di violenza delle COMPETENZE E PROFESSIONALITA’ indiscutibili, utili. Direi: indispensabili. Operatrici, psicologhe, avvocate, formatrici-educatrici…

I primi centri antiviolenza (Cav) in Italia risalgono alla fine degli anni Ottanta. Oggi, in base alla mappatura – non completa – del Dipartimento per le pari opportunità, che gestisce il numero per le richieste di aiuto 1522, tra Cav, sportelli e case rifugio si arriva intorno a 450 nomi.”  Lidia Baratta, Linkiesta.it

Ho frequentato tempo fa un corso patrocinato dalla mia provincia, organizzato dal centro antiviolenza di zona, finalizzato alla formazione di operatrici antiviolenza. Un corso che si è rivelato utilissimo, visto che scrivo di questo tema e mi rapporto quasi quotidianamente con donne vittime di violenza che mi scrivono-parlano per una “condivisione emotiva”. Indirizzo sempre queste donne ai Cav più vicini a loro territorialmente.

Purtroppo, negli ultimi tempi molti centri antiviolenza  stanno chiudendo oppure sono costretti a ridurre la loro attività, eliminando molti servizi-prestazioni:  per mancanza di fondi, per mancanza di supporto economico statale-locale.

Ma c’è la SOLUZIONE. Del resto, viviamo in uno STATO meraviglioso che si è fatto un bel mea culpa sul problema. E questo STATO meraviglioso ha pensato bene di lanciare la campagna di sensibilizzazione #questononèamore (Ministero dell’Interno).

Praticamente, si legge questo: “per tutti e tre i mesi estivi, il primo e il terzo sabato del mese, in 14 città italiane scelte su tutto il territorio nazionale – Sondrio, Brescia, Bologna, Arezzo, Macerata, Roma, L’Aquila, Pescara, Matera, Campobasso, Cosenza, Palermo, Siracusa e Sassari – saranno presenti e a disposizione postazioni mobili della Polizia con un team di operatori specializzati. Il gruppo sarà composto da uno psicologo della Polizia, un operatore della squadra mobile, uno della divisione anticrimine e un rappresentante della rete locale antiviolenza…”

IO SONO ALLIBITA. E SONO SENZA PAROLE.

Ma qualcuna mi è rimasta, di parola. Qualcuna ce l’ho ancora. E la uso per porre delle DOMANDE  a quest*  SIGNOR* (per inciso, la campagna piace tanto pure alle ministre):

  1. LO SAPETE CHE IL PROBLEMA DI FONDO DELLA VIOLENZA DI GENERE NON E’ INDIVIDUARE IL PALAZZO DELLA QUESTURA?
  2. LO SAPETE CHE UNA DONNA CHE SUBISCE VIOLENZA DEVE SEGUIRE SPESSO UN LUNGO PERCORSO PERSONALE-PSICOLOGICO-LEGALE PRIMA DI ARRIVARE ALLA DECISIONE DELLA DENUNCIA (mesi… anni…)?
  3. LO SAPETE CHE UNA DONNA VITTIMA DI VIOLENZA NON DENUNCEREBBE MAI IN PIAZZA, ENTRANDO NEL VOSTRO CAMPER DAVANTI A TUTT* (… come se dovesse comprare un gelato o street food)?
  4. LO SAPETE CHE UNA DONNA VITTIMA DI VIOLENZA NON VA A DENUNCIARE IN BASE ALLE DATE CHE VENGONO FISSATE DA ALTRI (il primo e il terzo sabato del mese… della serie:se magari lavori come cameriera di sabato, ti arrangi)?
  5. SCRIVETE: “L’obiettivo della campagna è far scendere questo dato, «andando a recuperare il sommerso» ( Gabrielli): VOI IL “SOMMERSO” LO RECUPERATE CON I CAMPER?
  6. PERCHE’ I SOLDI IMPIEGATI IN QUESTA CAMPAGNA NON VENGONO DATI DIRETTAMENTE AI CAV?

Care Donne, la nostra LOTTA ALLA VIOLENZA DI GENERE E AL FEMMINICIDIO è ridotta a dei camper, da usare il primo e terzo sabato del mese, solo in alcune città. 

A questi punti, cosa vedo io?

Vedo che si vuol far passare in secondo piano la lenta e sofferta scomparsa dei Cav, sostituendoli con dei camper (Camper antiviolenza).

Vedo la lotta delle donne annientata e inglobata in azioni politiche e di governo prive di una profonda analisi e comprensione del problema.

Care Donne, se in questo preciso momento storico non stiamo UNITE, siamo FREGATE.

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La Notte dei Drappi Rossi

Pubblicato 23/06/2016 da paroladistrega

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In Toscana, si è costituita la Rete Antiviolenza Massa. E’ nata come gruppo Facebook, per iniziativa di due donne: la giornalista ANGELA MARIA FRUZZETTI e la sottoscritta, BARBARA GIORGI (blogger). Entrambe trattiamo da tempo il dramma socio-culturale della VIOLENZA DI GENERE, nei nostri libri, nelle nostre battaglie di donne. Ci siamo conosciute qualche anno fa ad un corso di formazione per operatrici antiviolenza.

Il nostro gruppo Facebook – R.A.M. – è costituito da persone e associazioni della città di Massa (e zone limitrofe) impegnate nella LOTTA CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE E IL FEMMINICIDIO. Questo gruppo nasce per costituire una RETE di intenti, eventi, azioni di sensibilizzazione sul tema della VIOLENZA DI GENERE: un luogo virtuale-reale dove possiamo confrontarci, scambiare idee, proporre manifestazioni pacifiche e costruttive.

La RETE ANTIVIOLENZA MASSA propone un evento contro la violenza di genere e il femminicidio, con Patrocinio del Comune di Massa: “LA NOTTE DEI DRAPPI ROSSI”. Domani alle 21 (venerdì 24 giugno ) partiamo dal centro storico di Massa, da piazza Aranci e ci dirigiamo in corteo verso Piazza dei Narcisi, vestit* di rosso, con drappi rossi (con scritte antiviolenza). Lì ci saranno interventi sul tema dell’antiviolenza, con: assessora P.O. del Comune di Massa Elena Mosti, io ed Angela Fruzzetti, le referenti dei Centri antiviolenza di zona, esperti  (donne e uomini). E’ invitata tutta la cittadinanza. Saranno presenti gruppi e associazioni di liberi cittadin*.

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Il marito della Sindaca: “ho pianto”

Pubblicato 21/06/2016 da paroladistrega

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Gira nel web il testo della lettera del marito di VIRGINIA RAGGI, “Lettera al sindaco di Roma, mia moglie!”, Andrea Severini.

Ho letto già un quintale di commenti di donne (sì, soprattutto di donne), molte delle quali dichiarate femministe, che criticano aspramente il signore in questione e lo scritto sopra citato. Ohibò, il marito della neoeletta Sindaca di Roma ha osato scrivere “Cercherò di proteggerti il più possibile anche da lontano.”

I commenti che condannano la frase sostengono – in sintesi – che non si può scrivere una cosa simile alla moglie sindaca, perché parlare di “protezione” sa tanto di patriarcato.

Ma lo vogliamo sdoganare questo verbo, una volta per tutte? Magari, se ci sforziamo, possiamo riuscirci. Perché “proteggere” non significa necessariamente comandare, assoggettare, violentare, annullare.

Esempio: una madre protegge i suoi figli, sempre. Anche quando hanno 40 anni. Anche quando non ne possono più di essere protetti.

Altro esempio: una donna può proteggere un’amica (non vi è mai capitato? A me sì).

E poi, una moglie può proteggere un marito: magari quando si incammina in un percorso di vita impegnativo. Così come un marito può dichiarare al mondo di voler proteggere la moglie perché, guarda un po’, è diventata “solo” la prima Sindaca di Roma.

Ma proteggere da chi o da cosa? Dall’uomo cattivo? Dall’orco? O forse intende dare il suo supporto di fronte a tante battaglie politiche che la Sindaca dovrà affrontare?

Ma perché le mogli dei Sindaci  non scrivono lettere simili ai mariti?  Mi pare lapalissiano: siamo intrisi ed intrise di PATRIARCATO fino alla radice dei capelli. Sarebbe  – minimo minimo – considerato un gesto sconveniente, inopportuno, poco adatto alla figura da “macho” che deve avere un uomo della politica. L’uomo che non deve chiedere mai. Quello che ha più peli che idee. Quello che non è mai valutato per il sex appeal, ma per le idee maschie-concrete-razionali.

Ci siamo chieste se alla sindaca fa piacere la lettera del marito? Perché, magari, le fa piacere. Magari  lei è felice di queste parole del marito.

NO! Non ce lo chiediamo, perché vogliamo vedere un modello di politica al maschile. E, in base a questo modello, lei deve comportarsi come un uomo: DURA E PURA! Senza lettere e letterine, senza smancerie, senza emozioni palesate. La politica al maschile è quella a cui siamo abituate: noi vogliamo la “donna macha”.

A me i modelli al maschile non vanno bene. Lo dico chiaro e tondo: a me la lettera del signor Andrea Severini piace.

E lo dico da femminista. E lo dico da una che non ha mai votato il M5S.

Non mi sono soffermata solo sul verbo “proteggere” per valutarla. L’ho letta tutta. E, al contrario di altre, ho letto anche un’altra frase: “ho pianto di felicità”. Ecco, se vi foste soffermate su quel verbo, “piangere“, forse avreste visto che quest’uomo non fa il “macho”.  Forse avrete visto, semplicemente, un uomo innamorato.

Ma si sa. Ora è la fase del processo alle intenzioni. E invece che supportare la Sindaca di Roma, dobbiamo affossarla. Usa così,tra le donne: ormai è risaputo. Attaccare lei direttamente sarebbe poco femminista: per cui, meglio assediarla e iniziare a picconare il marito. Tanto uno scheletro nell’armadio andrà pure trovato!

E’ UNA DONNA! E  LE DONNE AL POTERE DEVONO DURARE QUANTO UN GATTO SULL’AURELIA.

P.S.: signor Severini, solo un appunto. La prossima volta, per favore, scriva SindacA. Grazie.

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Rete Antiviolenza Massa

Pubblicato 10/06/2016 da paroladistrega

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Tutte noi ci stavamo chiedendo il motivo del silenzio mediatico e istituzionale della MINISTRA con delega PARI OPPORTUNITA’ MARIA ELENA BOSCHI, sul gravissimo fenomeno dei FEMMINICIDI. Un dramma sempre più incalzante e quotidiano. La Ministra ha parlato. Anzi, ha scritto. Ecco qui, dal web. Esattamente dalla PAGINA FB DELLA MINISTRA BOSCHI (che io non seguo).

Gli ultimi, terribili, fatti di cronaca di questi giorni ci raccontano ancora una volta di violenza sulle donne. Ogni vita spezzata è un colpo al cuore, un nodo alla gola.

Il primo pensiero va certamente alle famiglie e all’immenso dolore davanti alla vita di una figlia, una madre, una sorella portata via così. Poi, però, subito dopo ci dobbiamo chiedere cosa possiamo fare perché non accada ancora. Noi sappiamo che la violenza barbara sulle donne, non è una questione di donne. Riguarda tutti noi. Donne e uomini. Dobbiamo essere uniti nel dire basta.

La vera sfida che dobbiamo vincere insieme è quella educativa e culturale. Insieme dobbiamo parlarne nelle parrocchie, nei centri sportivi, nelle associazioni ovunque si formano le donne e gli uomini di domani, a cominciare ovviamente dalla scuola come prevede anche la “Buona scuola”. Il governo ha istituito la commissione che dovrà valutare i progetti di attuazione del piano anti violenza che mette a disposizione 12 milioni di euro per il contrasto alla violenza sulle donne. La battaglia contro il femminicidio e la violenza sulle donne può essere vinta, deve essere vinta.

Lo dobbiamo a Sara, Alessandra, Michela, Federica e a tutte le altre ragazze.”

Ora commento.

A parte il dispiacere e il dolore, focalizzo su quella che la Ministra definisce “vera sfida”: cioè l’azione  educativa e culturale. E parla di progetti di attuazione del piano antiviolenza.

Ecco, io non credo moltissimo a questi piani antiviolenza. Anzi, ci credo poco.

Perché poi va a finire che i soldi da attribuire ai progetti educativi vengono destinati altrove, ad altre “emergenze” (sono formatrice e ne so qualcosa).

Perché poi va a finire che i progetti validi secondo la politica non sono quelli validi secondo noi,”manovali dell’antiviolenza”.

Perché poi, in fondo,  non basta educare (è utile… ma non basta): serve un’enorme rivoluzione culturale che smantelli e riduca in macerie una costruzione tenuta su dal patriarcato, da secoli. Il patriarcato si è costruito una bella fortezza: un mattone alla volta. E il cemento è stato il nostro sangue, il sangue delle donne: reale e metaforico.

Non le smantelli le realtà del quotidiano solo con la politica. Anzi. La politica rappresenta proprio quella che è la CULTURA DOMINANTE. Per cui, serve un’ANTICULTURA. E quella non la può produrre la ministra, né il suo  governo. La possiamo produrre solo noi, donne e uomini della strada, della porta accanto, del negozio e del supermarket, del bar.

Perché quando una ragazza  mi scrive in chat e mi dice “Barbara, aiutami ti prego perché non so cosa fare e ho paura”… ebbè, lì la ministra non c’è e neppure il  governo. Ci siamo noi. Gente qualunque che non conta nulla, ma che prova a vedere cosa si può fare.

Io ci sto provando. Con la mia amica Angela Maria Fruzzetti, giornalista de La Nazione di Massa (e scrittrice e poetessa e donna attiva nell’antiviolenza). Ci stiamo provando.

Dopo il femminicidio di Sara, la mia amica Angela mi ha chiesto: “ma qui non si fa nulla?” Io le ho risposto: “facciamo”.

Abbiamo creato un gruppo Facebook:  RETE ANTIVIOLENZA MASSA. L’acronimo è RAM, come la memoria del pc. Perché noi vogliamo avere MEMORIA DI TUTTE LE DONNE MORTE AMMAZZATE, DI TUTTE LE DONNE VITTIME DI VIOLENZA. In 24 ore, 300 iscrizioni. Poche? Vabbè, ma noi siamo una realtà a livello locale: area apuana, di costa. Abbiamo inserito dentro gruppi, associazioni, centri antiviolenza, avvocate e avvocati, mamme e papà, educatrici-educatori. Persone. Perché sono e siamo convinte che serva uscire dai silenzi e dall’isolamento per contrastare la VIOLENZA DI GENERE.

Serve FARE RETE e ciascun* di noi deve essere un NODO della RETE: dalla RETE VIRTUALE poi si devono concretizzare AZIONI reali. Confronti, dibattiti, manifestazioni, eventi educativi e culturali.

La ministra Boschi ha sicuramente buone intenzioni. A noi le intenzioni non vanno più bene. Vogliamo i fatti e se la politica non ce li dà, ce li costruiamo da sole e da soli.

A fine mese ci sarà una manifestazione di piazza: senza  simboli di partito, senza politica dei palazzi. Un solo colore: IL ROSSO. Quello del sangue versato dalle donne morte ammazzate.

Noi ci proviamo a smantellare la fortezza.

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COMUNICAZIONE  ALLE  LETTRICI  E  AI  LETTORI:

EVENTUALE  PUBBLICITA’ NEL  BLOG NON E’ INSERITA DA ME, MA DALLA PIATTAFORMA DI WORDPRESS. PRECISO DI NON GUADAGNARE NULLA DA QUESTO BLOG.

NON VENGONO APPROVATI-PUBBLICATI  COMMENTI CONTENENTI FRASI OFFENSIVE, RAZZISTE, MISOGINE O COMUNQUE  VERBALMENTE  VIOLENTE.   I MITOMANI NON SONO I BENVENUTI.

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IL MIO ULTIMO LIBRO, SU TEMI DI GENERE:

EVA E ALTRI SILENZI” (2014): racconti e monologhi di donne su temi impegnati (violenza di genere, molestia sessuale, anoressia, pedofilia…). Il libro è dedicato alla grande e compianta Franca Rame, su autorizzazione della Compagnia teatrale Fo Rame.

Cartaceo:

http://www.mondadoristore.it/Eva-e-altri-silenzi-Barbara-Giorgi/eai978889114200/

Ebook:

http://www.youcanprint.it/youcanprint-libreria/cataloghi-arte/eva-e-altri-silenzi-ebook.html

 

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