UNA DONNA NEL BRANCO?

Pubblicato 18/02/2012 da paroladistrega

Mi piace usare l’ironia. Non perché io ami le barzellette da quattro soldi, quelle da camerata. Non perché oggigiorno necessariamente si debba sorridere su tutto. Mi piace l’ironia solo perché a volte mi arrabbio talmente tanto che è meglio che io sfoghi così quel diavolaccio che sento in corpo. Ma in casi come quello dello stupro accaduto all’Aquila in questi giorni, non posso usare ironia. Non ce la faccio. E il diavolaccio esce così com’è: corna, coda e forcone compresi. 

La mia rabbia è  dovuta al fatto che qua e là nei giornali si parli di uno stupro del branco come di “pratica sessuale estrema, praticata da un gruppo di più uomini….”, come per definire un po’ più elegantemente l’atto barbarico:  il termine branco  qui diventa simpaticamente “gruppo di più uomini”, che sa tanto di uscita per andare allo stadio o di pizza del sabato sera. La mia rabbia è dovuta al fatto che la ragazza violentata – probabilmente anche con arnesi di metallo – era una donna “coinvolta non consenziente”: ma fa così fatica scrivere le cose con il loro nome e definirla violentata, stuprata e quant’altro?

Ma non basta. La mia rabbia più grande, in fondo, non è contro i media: tanto ormai siamo tutte abituate a frasi penosamente maschiliste. La mia rabbia più grande  – e, permettetemelo, anche il mio stupore – è contro quella donna presumibilmente presente come componente del branco. A far cosa? La spalla ad un atto bestiale? A far cosa? Ad assistere allo scempio della dignità e dell’anima di un’altra donna?

Qui non c’è da ridere, qui non si può fare ironia. Qui c’è solo da piangere. 

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