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Tutti gli articoli per il mese di giugno 2014

I CENTRI ANTIVIOLENZA e #lebricioledalloStato

Pubblicato 30/06/2014 da paroladistrega

 

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Sappiatelo.
Di 17 milioni di euro stanziati dalla c.d. Legge contro il femminicidio, ai CENTRI ANTIVIOLENZA e CASE RIFUGIO andranno poco più di 2 milioni di euro: un “contentino” sul totale.
Il grosso della somma stanziata, quindi circa 15 milioni di euro, va alle Regioni che finanzieranno progetti sulla base di bandi.
Io spero solo che tutto ciò possa dare buoni frutti alla lotta alla violenza di genere. Ma credo anche che i CENTRI ANTIVIOLENZA non possano accontentarsi, per sopravvivere, di “contentini” (sono circa 6.000 euro a centro).

Sottolineo tutto ciò. Perché?

Perché  da settembre a novembre 2013, ho frequentato un corso per operatrice di centri antiviolenza nella mia città, Massa (MS).

Perché ho interagito per ore con le bravissime e competenti formatrici, psicologhe, avvocate del centro antiviolenza Frida di San Miniato (PI).

Perché quotidianamente ascolto, leggo e rifletto  su testimonianze terribili di violenza di genere (molte donne mi scrivono in chat).

Perché come blogger e scrittrice mi occupo di violenza di genere.

Perché la violenza di genere è un cancro sociale contro cui combattere, tutt* insieme, con competenza, professionalità e anima.

Perché credo nell’assoluta necessità dei centri antiviolenza e nel valore delle operatrici.

Perché credo che la VIOLENZA DI GENERE abbia necessità di un contrasto convinto, duro, concreto, pianificato, programmato. Agìto.
A per agire – purtroppo – servono soldi.
E le donne vittime di violenza hanno bisogno di sapere che c’è uno Stato civile per combattere contro uomini delinquenti.

Ecco fatto.
Ho scritto ciò che penso.
Ora riporto anche ciò che pensano altre Amiche.
Qui di seguito.

Riporto da
LA RETE DELLE RETI FEMMINILI:

Duro comunicato dei Centri antiviolenza e delle Case delle Donne
che ricevono solo le briciole dei finanziamenti governativi
COMUNICATO STAMPA
Ai centri antiviolenza solo le briciole dei finanziamenti stanziati:
e il resto dei fondi a chi?
Sei mila euro l’anno per due anni: è quanto il Governo intende assegnare a ognuno degli storici Centri antiviolenza e alle Case Rifugio che operano con efficacia da decenni e in regime di volontariato.
E’ in questa esperienza che si radicano il sapere e il metodo che consentono a tante donne di salvarsi la vita, e di ritrovare autonomia e libertà.
Ma quei soldi non basteranno nemmeno a pagare le bollette telefoniche.
A chi gran parte degli stanziamenti (circa 15 milioni di euro)?
Alle Regioni, che finanzieranno progetti sulla base di bandi: la scelta è quella di sostenere “centri” e sportelli istituiti last minute, oltre che di istituzionalizzare i percorsi di uscita dalla violenza delle donne.
Apprendiamo dalla stampa – il Sole 24 ORE del 27 giugno 2014 – le incredibili modalità di riparto dei fondi -17 milioni di euro- stanziati dalla L. 119/2013 detta contro il femminicidio per gli anni 2013/14.
Secondo una mappatura in base a criteri illeggibili, di questi 17 milioni ai 352 Centri Antiviolenza e Case Rifugio toccheranno solo 2.260.000 euro, circa 6.000 euro per ciascun centro.
Inoltre tutti i centri, pubblici e privati, saranno finanziati allo stesso modo, senza tenere conto del fatto che diversamente dai privati i centri pubblici hanno sedi, utenze e personale già pagati.
Questa scelta del Governo contravviene in modo netto alla Convenzione di Istanbul per la prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, che l’Italia ha ratificato e che entrerà in vigore il prossimo 1° agosto, la quale prevede siano destinate “ adeguate risorse finanziarie e umane per la corretta applicazione delle politiche integrate, misure e programmi per prevenire e combattere tutte le forme di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione, incluse quelle svolte da organizzazioni non governative e dalla società civile” (Articolo 8)
Nella Convenzione si privilegia il lavoro dei centri di donne indipendenti, mentre il Governo Italiano sceglie di destinare la maggior parte dei finanziamenti alle reti di carattere istituzionale.
L’idea è che la politica non intenda rinunciare a “intercettare” quei fondi, e che si proponga di controllare e ridurre allo stremo i Centri antiviolenza indipendenti, già operativi da molti anni e riuniti in una Rete Nazionale di cui anche D.i.Re fa parte.
Denunciamo questo modo di procedere.
Il Governo non ha sino ad oggi neppure formulato un Piano Nazionale Antiviolenza, e si presenta in Europa senza avere intrapreso un confronto politico serio con tutte coloro che lavorano da oltre 20 anni sul territorio, offrendo politiche e servizi di qualità per prevenire e contrastare il fenomeno della violenza sulle donne.
Roma, 28 giugno 2014
Di.Re Donne in Rete contro la violenza
Casa Internazionale delle Donne – Via della Lungara, 19 – 00165 Roma, Italia, Cell 3927200580 – Tel 06 68892502 Fax 06 3244992 – Email direcontrolaviolenza@women.it; http://www.direcontrolaviolenza.it

E con questo, concludo.

No, fatemi aggiungere una cosa:

la VIOLENZA DI GENERE non è un problema della DONNA VITTIMA DI VIOLENZA,

la VIOLENZA DI GENERE è un problema di TUTT*  e come tale va trattato e gestito.

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CONTATTI  30   giugno 2014:  35.862

AVVISO AI VISITATORI DEL BLOG: LA PUBBLICITA’ NON  E’ INSERITA DA ME, ma direttamente da WORDPRESS (io non guadagno niente da questo blog).

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BAMBOLE AL MURO

Pubblicato 25/06/2014 da paroladistrega

 

bambola di pezza, da PourFemme

bambola di pezza, da PourFemme

 

A Milano è nato un muro di bambole.
A Milano ci sono bambole appese ad una grata.
A Milano, ecco l’immobile defilé di bambole con vestiti firmati da stilisti e di bambole con vestiti modesti.
Iniziativa di un gruppo di donne capitanate da Jo Squillo, durante “Milano Moda uomo 2014”, per dire NO alla VIOLENZA DI GENERE e FEMMINICIDIO (21 giugno, in Via De Amicis).
Donne vip e donne comuni.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/06/20/moda-uomo-milano-un-muro-di-bambole-contro-il-femminicidio/1034107/

L’iniziativa sicuramente è nata in buonissima fede, con buonissime intenzioni, con buonissima volontà.
Tutto buonissimo, come le bambole. Appunto.

Il messaggio sulle t shirt delle sostenitrici dell’iniziativa è “we are not just dolls”, “non siamo solo-semplicemente bambole”.
Ma visto che  NOI DONNE NON SIAMO BAMBOLE (proprio per niente), forse sarebbe stato meglio NON APPENDERE BAMBOLE AL MURO per dire NO al FEMMINICIDIO.
Domando:
perché proprio BAMBOLE?
– Perché non mettere i NOMI E COGNOMI DELLE VITTIME DI FEMMINICIDIO?
– Perché non mettere LE FOTO DELLE VITTIME DI FEMMINICIDIO?

Finché continueremo con queste “rappresentazioni”, con questi riferimenti sessisti, con questi messaggi collegati e imposti da una cultura patriarcale che vede la donna-bambola, che rappresenta la donna come bambola, che vuole una donna-bambola… avremo sempre perso.

Cos’è una BAMBOLA?
E’ il giocattolo millenario che viene posto tra le braccia delle bambine, per inculcare loro la cultura della maternità, dell’accudimento, del loro destino di angeli del focolare (sono state ritrovate bambole in scavi di siti archeologici, riferiti ad età antichissima).
E’ la rappresentazione di ciò che la cultura patriarcale si aspetta e vuole dalla donna: qualcosa di silente, immobile, gestibile, manipolabile.
E’ la riduzione della donna a bambina, ad uno sviluppo emotivo e cognitivo fermo all’età infantile, all’età del gioco, all’età della mancanza di completo sviluppo mentale.
E, dulcis in fundo, è solo, è semplicemente, è inequivocabilmente UN  OGGETTO.

Smettiamola di rappresentarci – noi stesse – come OGGETTI.
Smettiamola di rappresentarci – noi per prime – come BAMBOLE SILENTI E PASSIVE.

Già ci pensa la CULTURA A METTERCI AL MURO.

Se proprio vogliamo usare MURI, la prossima volta mettiamoci IMMAGINI DI DONNE VERE.
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CONTATTI  29   giugno 2014:  35.862

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“PERCHE’ ?”: PENSIERI DEDICATI A CRISTINA OMES

Pubblicato 20/06/2014 da paroladistrega

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Oggi, 20 giugno, c’è la seconda partita dell’Italia, per i mondiali di calcio 2014.

Oggi, in tantissim* guarderanno questa partita (chissà se i giocatori della nazionale metteranno il lutto al braccio, come richiesto da tante donne, associazioni, gruppi, nel web e non solo).

Oggi, probabilmente, in pochi penseranno a CRISTINA OMES, uccisa insieme ai suoi due bambini, dal marito e padre dei suoi figli. Dopo aver massacrato la sua famiglia, è andato a vedere con amici la prima partita dei mondiali di calcio in cui giocava la nazionale: ha esultato di fronte ai goal dell’Italia.  Una partita come alibi. Forse voleva questo.

Noi invece, durante questa seconda partita dell’Italia, non vogliamo alibi. Non vogliamo scuse. Non vogliamo dimenticare Cristina e i suoi due bambini. Ma non vogliamo dimenticare neppure TUTTE LE ALTRE DONNE MASSACRATE A COLTELLATE, PICCONATE, CON PUGNI E CALCI E IN MILLE ALTRI MODI DIVERSI ED ORRIBILI.

Noi. Noi che siamo “solo” qualche donna e qualche uomo, amici su Facebook, abbiamo pensato di dedicare qualche parola a CRISTINA OMES e a tutte le donne vittime di FEMMINICIDIO. Ciascun* ha scritto in base a coscienza, alle proprie emozioni, alla propria personale visione di questo dramma, di questa mattanza senza fine. Mentre altri oggi urleranno, noi riflettiamo amaramente.

Ho riportato i messaggi che mi sono stati inviati, secondo l’ordine temporale di mia ricezione. Alcuni sono pensieri teneri, altri sono arrabbiati, alcuni sono più semplici, altri più elaborati e strutturati. Sono tutti bellissimi.

Ringrazio le Amiche che hanno accolto il mio invito per questa iniziativa nel blog. Ma ringrazio moltissimo anche gli Amici uomini che hanno scritto con emozione e profondo senso di civiltà.

Ecco i pensieri dedicati a CRISTINA  OMES.

Ci chiediamo “perché?“. Come ha chiesto lei,  mentre lui la accoltellava.

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Quando ero piccolo sognavo spesso che il mondo si fermasse, avevo la smania di entrare in tutte le case per vedere, toccare e soddisfare la mia infantile curiosità. Oggi mi assale lo stesso desiderio, far fermare tutto per un istante ed entrare in quella casa e cambiare il destino. Sì, entrerei in quella casa dove l’odio  si è incastrato prepotentemente nelle mura, nelle tende del tinello, nei quadri, nelle foto felici sui mobili, nelle bottiglie sul carrello, nelle stanze da letto colorate dei bimbi, nei bagni luminosi della domenica mattina, nel cesto dei panni sporchi, nelle calamite sul frigo. Vorrei entrare nel momento giusto e trovare tutto bloccato come un fermo immagine, vedere la smorfia d’odio sul volto di lui, il terrore della mamma ed il pianto dei bambini. Rimetterei ogni cosa in ordine, ogni cosa al suo posto, modificherei le loro espressioni del viso e del corpo, farei diventare un pugno una carezza, un pianto un sorriso. E poi andrei via e con uno schiocco di dita farei ripartire la vita uguale a prima.

GIOVANNI  PERFETTO, negoziante

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Amoralità e anaffettività sono state le parole scelte dagli esperti. Ne aggiungo altre due: proprietà ed egocentrismo. Perché se nella vita tutto ruota attorno a te stesso, gli altri non esistono se non come  beni a tua disposizione. Da gettare quando non servono: sia che si tratti dell’ iphone che dei figli. E nell’era tecnologica si “resetta” la vita degli altri, annientandola, in un tragico e mostruoso on/off. Che interroga soprattutto gli uomini. Ma quante parole di maschi abbiamo ascoltato? Poche, troppo poche. So che per fortuna non siete tutti così. Quindi, unitevi a noi. Uniamo le nostre e le vostre parole. Subito, perché il tempo sta scadendo.

CINZIA  ROMANO, giornalista

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Carissima Cri, come uomo mi vergogno al momento della condizione umana a cui appartengo, della sua indifferenza al male e non trovo parole che riescano a dare un minimo significato a quanto sia accaduto o di conforto ai tuoi parenti. Posso solo pensare, sottovoce, che il male e le tenebre si sono abbattuti violenti e improvvise su te e sui tuoi bambini con forza inaudita. Nuovi Martiri di una società dai valori umani offuscati. Spero solo che da questo Vostro sacrificio possano nascere provvedimenti per una maggiore tutela per la donna e i bambini, ma soprattutto che gli uomini che sanno di avere dentro sé problemi non risolti, si facciano aiutare da qualcuno ad esternarli prima che esplodano in altre situazioni orribili come questa. Ora voglio pensarvi in una dimensione di luce, di pace e di gioia, dove possiate trovare l’Amore che qui, su questo confuso pianeta, vi è stato negato.

FRANCO  GIUSTO, chirurgo

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ERAVAMO “NOI”. Sei anni fa è cominciata la nostra avventura, ci siamo scambiati quel si, promesse vere, promesse forti, promesse piene di sacrifici e rinunce. Giorni pieni di me e di te, giorni tra lacrime e forti sorrisi. Quando veniva al mondo la nostra Giulia mi sentivo sospesa nell’aria per quelle piccole manine, per quegli occhietti che scrutavano fuori curiosi, per quella bambina che doveva camminare ancora strade. Dopo tre anni un altro regalo, un altro figlio da crescere, un altro figlio da coccolare, finalmente Gabriele, per venti mesi ha riempito le nostre giornate, con i suoi pianti, con i suoi primi passi, con la sua curiosità di scoprire il mondo. Avevamo tutto, non potevamo chiedere di più. Non eravamo più solo io e te, eravamo finalmente diventati NOI.  Strano il tuo sguardo quella sera, brividi improvvisi intrisi di desiderio, assordante la tua mente, parole sporche la tua voce. Le tue mani su di me, leggere e forti, accesi quegli occhi mentre più forte mi tocchi. Intuisco in un attimo la tua volontà, tento invano di allontanarti, l’ultimo mio pensiero prima di perdermi nell’oscurità, prima di esalare l’ultimo respiro, è il sorriso dei miei figli. Lasci il mio corpo esanime, apri la porta della stanza accanto, continui randagio, il mio grido non ti ha fermato, hai continuato senza riprendere fiato a colpire due corpi di fanciulli, coccolati dai sogni della notte. Due bambini che non avranno più giorni, due bambini che non avranno più vita, due bambini che non si sveglieranno domani. Ora quel noi è svanito in un attimo, nessuna ferita sul corpo, neanche un battito di ciglio concedi, il tuo cuore ora è nero e sporco di sangue, continuerai a camminare ma la tua anima non potrai salvare.

LORENA  PADOVANI, poetessa

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Cara Cristina, quando hai sposato il tuo assassino non potevi immaginare che ti avrebbe annientata insieme ai vostri bambini. L’unica, anche se triste, consolazione è che i bimbi non si sono resi conto di quello che è successo. Ti porteremo tutti nei nostri pensieri … non riesco a dire altro, sono troppo scossa.

FRANCESCA  REGINA  PERSICO, freelance

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Gli assassini vivono spesso nella stessa casa delle vittime, sono quelli che hanno la loro fiducia e per questo capaci di sorprendere alle spalle mogli, uccidere i figli e tentare di farla franca costruendo (im)possibili alibi e contando sulla solidità dei nervi che inevitabilmente cedono… E’ quello che accaduto a Carlo Lissi, un uomo amorale. Per lui Cristina è stata preda sino in fondo… non è un matto, è un assassino! A Cristina e ai suoi due angeli il mio pensiero!

PAOLA  CHIRICO, formatrice comunicazione

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Non bisognerebbe ragionare spostando la vittima ora su un versante ora sull’altro, ma cercare di andare più a fondo nell’analisi di che cosa sono stati e sono in parte tutt’ora i vincoli famigliari, le complicità che si creano, anche all’interno di rapporti di potere così disuguali come quelli tra l’uomo e la donna. Dobbiamo interrogare, prima che la patologia del singolo, la famiglia e quello che abbiamo chiamato finora ‘amore’, legami che stringono e confondono le vite a tal punto da doversele letteralmente ‘togliersele di dosso’ come pesi insopportabili. Mi chiedo come si possa non fare caso a quella foto di due persone innamorate e colte in un momento di felicità -che sta girando da giorni sui giornali e su fb- e non dirsi che purtroppo l’amore c’entra anche con delitti così efferati. Non possiamo limitarci a richiamare ogni volta la possessività maschile e il dominio che l’uomo si è storicamente attribuito rispetto all’altro sesso, senza dire che dall’amore si passa, col matrimonio e le convivenze, a rapporti che richiamano la relazione tra madri e figli, dove la cura e la dedizione di una donna può essere a sua volta sentita come dominio, infantilizzazione dell’altro, colpevolizzazione ( e non è necessario che la donna abbia più anni, come in questo caso). E’ difficile da riconoscere, ma non è la prima volta che, dare la morte, ‘libera’ paradossalmente da un’angoscia più profonda, che è opporsi, confliggere, sopportare sensi di colpa e responsabilità. Qualcuno ha detto giustamente che è un comportamento infantile, pensare di ricominciare dal vuoto di legami che sono diventati intollerabili. Il sessismo va interrogato anche sotto questo aspetto: il prolungamento dell’infanzia che si annida dietro il dominio maschile e che oggi gli uomini scoprono come dipendenza, fragilità, e di conseguenza rancore, vendetta, ritorsione violenta, sia quando la donna cerca di trattenerli sia quando decide di lasciarli.

LEA  MELANDRI, saggista, scrittrice, giornalista

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Non è semplice scrivere qualcosa su un fatto così agghiacciante, soprattutto se si pensa a com’è avvenuto; non è semplice come donna, pensare che ogni giorno un certo numero di donne subiscono violenze di ogni genere e ne sono vittime. Pensare che l’ossessione di una collega che lo respingeva, e la “stanchezza per la vita di famiglia, gabbia insopportabile“ sono le motivazioni che hanno portato un uomo ad uccidere la sua compagna, la madre dei suoi figli e i suoi figli, che di colpe non ne hanno, fa rabbrividire e lascia un senso di vuoto, di irrequietezza in me. Immaginare che pochi minuti prima lui stava facendo l’amore con lei e pensare che lei, ignara di tutto quello che sarebbe accaduto, se l’è trovato davanti con un coltello in mano e non ha avuto neppure, forse, il tempo di pensare che “il suo principe azzurro” ( se lo era ancora ) che lei ha amato, e che magari ancora amava, nonostante forse si fosse accorta che qualcosa poteva essere cambiato , il padre dei suoi figli, in un attimo si è trasformato nella” bestia più feroce” e ha avuto la forza di domandargli “perché”, fa riflettere molto, tanto, troppo direi… Libertà dalla famiglia, libertà di vivere la propria vita senza gabbia… ecco questo lui voleva e l’unica soluzione era quella di fare fuori tutti, non gli bastava il divorzio, “perché con il divorzio i figli restano”. Ecco i figli… un altro pezzo di questo triste massacro…due bambini che per colpa di un padre che non saprei definire come, si ritrovano dentro una bara bianca e con la loro infanzia spezzata , perché rappresentano gli altri due pezzi della “ gabbia” che lui non voleva e non si è fatto scrupolo di eliminare tutti per essere “libero”. “Non trattare mai male una donna, una donna quando è ferita …cambia”. E tu Cristina magari stavi cominciando a cambiare perché potevi aver percepito che qualcosa poteva essersi sgretolato… ora non cambierai più, perché qualcuno ha fatto prima …ha raso al suolo quella che era la sua famiglia per una libertà che mi chiedo quale sia ….

MARIAGIOVANNA  GUERRA, consulente.

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Perchè? Perche sì. E basta. Perchè sono un ragazzo di 31 anni, e lei una donna che non ha solo sette anni più di me. Ne ha mille, in più. E vuole fare la mamma, e la moglie. Io sono un ragazzo, un ragazzo, capisci? Ho voglia di andar fuori, la sera, ho voglia di divertirmi cogli amici. O con un’amica della mia età. Una che scopa, insomma, e non mi tira dentro a tutte quelle responsabilità. E la casa, e i figli, e il lavoro… Alla mia età voglio essere libero. E allora farò così. Come quando ero a scuola. Mica tanto tempo fa, in fondo. Se sbagliavo, strappavo la pagina. E via. Buttavo tutto. Se la strappavo bene bene, e non rimanevano pezzettini attaccati al quaderno, non se ne accorgeva nessuno. Nessuno. E così farò anche adesso. Lo farò stasera. E domani sarò libero. Divorziare? No, no. Troppo tempo, e fatica. Eppoi soldi, e la rottura dei bambini che restano in ballo. E lei che mi romperebbe le scatole a vita. No, meglio così. Perchè non voglio fare più il marito, il padre. Non ne ho più voglia, mi sono rotto. Voglio essere un ragazzo. Per sempre.

MARIA  ANGELICA  CORRERA, pittrice.

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Il confine tra una normale dinamica di coppia e le autentiche violenze è sempre molto labile, a maggior ragione quando le violenze sono di tipo psicologico e quindi non troppo appariscenti; quasi sempre sono le stesse vittime a tener sotto silenzio la situazione, a volte anche per la vergogna di dover ammettere il fallimento della propria relazione… poi si scopre che la vittima, le vittime, erano considerate poco più che un semplice ostacolo alla vita di zuzzerellone cui si aspira; e si uccidono moglie e figli per aver campo libero. Bisogna parlarne  eccome. Altro che silenzio. E più se ne parla e più aumenta la consapevolezza delle donne contro gli atti scellerati che possono portare a tragedie di cui tutto il mondo si indigna; se nelle scuole si insegnasse a distinguere tra una normale dinamica relazionale ed autentiche violenze le cose forse migliorerebbero…

ENRICO  CAVALLO, consulente informatico.

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Cristina. Non riesco a smettere di pensare ai tuoi ultimi pensieri, al tuo straziante dolore fisico ed affettivo. A te che muori uccisa da un compagno che pochi minuti prima ti ha amata e pensando ai tuoi bambini. E spero che lui non ti abbia detto quel che voleva far loro...

ELENA  VOLTERRA, consulente settore moda.

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Le donne non sono più disposte a subire in silenzio soprusi e violenze, così alcuni uomini poco evoluti si vendicano con omicidi di indicibile orrore!

OSVALDO CONTENTI, pittore

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Quanto altro tempo ancora piangeremo vite spezzate, speranze recise, illusioni di felicità!

Quanto altro tempo dovremo ancora parlare di femminicidio senza poterci dare risposte!

Quanto tempo dovrà ancora passare prima di avere rispetto!

Ciò di cui si ha bisogno è una ‘rivoluzione culturale‘ che insegni l’uguaglianza dei generi nel rispetto delle diversità che devono essere fonte di arricchimento reciproco,  che abbatta gli stereotipi e i sessismi, che non divida più il mondo in due parti ( una speculare all’altra, ma una che si arroga diritti e fa mostra di prepotenze e l’altra che, per costrutti mentali, sia impotente ad attendere giorni di domani).

 Troppi domani stiamo ancora aspettando, ma dobbiamo cominciare da ora e per sempre la nostra lotta perché si giunga ad una società in cui non si verifichi mai più violenza di genere.

E’ un percorso difficile, siamo pur sempre nel bel paese che solo nel 1981 ha abrogato il delitto d’onore e  ancora troppe remore esistono (purtroppo anche da parte del genere femminile) sulla condizione della donna, ma possiamo farcela!

Basta violenza, basta femminicidio, non abbassiamo la guardia, guardiamo con dignità verso il nostro domani, un domani libero da sottomissioni.

ELIDE APICE,  giornalista

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Un’altra donna è stata sacrificata sull’altare di una società sempre più anaffettiva e narcisistica che crea individui disposti solo a pensare a sé, soggetti che non sono nemmeno lontanamente in grado non solo di compenetrarsi nel dolore altrui, ma che usano gli altri per mero soddisfacimento di bisogni personali. Tutti soffriamo dinnanzi a queste efferatezze. Ma poi? Poi il nulla, o quasi, nella nostra quotidianità. Andiamo avanti, un giorno dopo l’altro, senza chiederci fino in fondo tutti i perchè, senza cercare risposte. Fa male, certo, ma è un dovere interrogarsi senza continuare a demandare tutto alla politica e alla società. Il cambiamento può iniziare da tutti noi. Come? Partendo dall’assunzione di responsabilità e dalla consapevolezza di ciò che siamo diventati e dall’educazione che, proprio noi, come madri, impartiamo ai nostri figli quando ad esempio impediamo loro, per troppo amore, di crescere, di sperimentare e anche di sbagliare e soffrire per farne individui adulti e responsabili. Il rispetto per le donne è un viaggio che inizia lontano nel tempo e dobbiamo avere il coraggio di spezzare catene di valori ‘malati’ che legano ogni famiglia, generazione dopo generazione. Già viviamo in una società in cui le donne sono solo corpi, che ci vengono propagandati in ogni salsa e in ogni ambito e in cui, l’oggettivizzazione è ormai di uso ed abuso. Ci piace pensare che la colpa sia sempre della politica o di entità astratte ma se non impariamo noi per primi a guardare il nostro modo di concepire il mondo femminile in Italia, temo non ci sarà un cambiamento vero. Certo, poi deve esserci anche altro a supporto ma questo non ci autorizza a deresponsabilizzarci ogni volta. Ciao Cristina, che la terra ti sia lieve.

IVANA FABRIS, garden designer, blogger su Essere Sinistra

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Un dettaglio, nella vicenda Motta Visconti: ho letto più volte, fra i commenti nei social network, “pazienza la moglie, ma uccidere i propri figli!” Ecco, è su quel sorvolare sulla morte della donna, per dedicare tutto l’orrore e lo sgomento solo ai figli, che mi vorrei soffermare. Uccidere dei bambini non è “normale”, sgozzare una donna è comprensibile, si riesce a trovarvi una qualche ragione valida. Ecco, è su questo dettaglio che mi vorrei soffermare, e vorrei che vi chiedeste qual è questa valida ragione.

IL RICCIOCORNO, blogger

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Spesso, è la parità di genere a scatenare il femminicidio. L’uomo non sopporta la perdita di controllo sulla donna, talvolta anche a distanza di anni dalla separazione. Le vittime del femminicidio vengono uccise prevalentemente in casa (63%) e a soccombere molto spesso, purtroppo, sono anche i figli. Nel caso della strage di Crstina e dei figli, l’assassino trova, quale prova che possa in qualche modo giustificare quella che lui vorrebbe far passare per “un raptus di follia”, il colpo di testa per un’altra donna, quindi colpevolizzando quest’ultima (non dimenticate la tentazione, il peccato del corpo femminile, il peccato della Mela). Bisogna lavorare molto, soprattutto sui maschi, insegnare loro che la donna di cui si “innamorano” non è di loro proprietà. Aggiungo: c’è un nono comandamento che contrasta e stride: “Non desiderare la donna d’ALTRI”…. mettendo la donna sullo stesso piano di un qualsiasi ALTRO oggetto… Ai nostri figli-e inculchiamo questo fin da bambini….E aggiungo: Maria ha detto sì, che tra l’altro è il titolo di un mio libro dedicato alle donne….. Amen.

ANGELA  MARIA  FRUZZETTI,  scrittrice, giornalista

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Io preferisco usare il termine “donna”: femminicidio non è ancora entrato nel mio dizionario. E’ disarmante e sconvolgente il modo in cui questo essere ha compiuto questa strage di innocenti, colpevoli solo di “limitare la sua libertà”. Da sempre le donne  sono state trattate in modo diverso, come esseri creati solo per “fare figli” e svolgere mansioni di poco conto. Non stupiamoci ora di tutti questi delitti. E’ solo grazie ai mezzi di comunicazione che ne veniamo a conoscenza. Cristina in uno dei suoi scritti ha inviato a tutti un chiaro segnale di aiuto, ma nessuno l’ha ascoltata….sentiva solitudine intorno a sé… ha taciuto… per parlare solo al suo carnefice chiedendogli “perché?”  Il perché me lo posso chiedere anch’io e posso darmi tante risposte… non provo pietà o attenuanti per questo essere, non mi interessano i suoi disagi infantili, le sue psicopatie e spero che non si perda tempo con lui, non ne vale la pena, ha una grande compagnia: i suoi pensieri che saranno la sua vera gabbia. Altro  vero problema: i bimbi. Alla loro nascita vanno seguiti, osservati e guidati verso una via in cui i veri valori riprendano il loro posto. In questa nuova società tante piccole cose hanno perso importanza, ma sono proprio quelle piccole cose, una dopo l’altra che formeranno una persona, una persona “vera”. Non è un compito facile il nostro, ma va fatto se non vogliamo che questi delitti, entrino a far parte di quelle cose a cui ci si abitua e non ci fa più caso!!! Ciao dolce Cristina …quel tuo perché …non verrà dimenticato.

VALERIA   MACCIACHINI

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Non voglio aspettare il 25 novembre o l’8 di marzo con i soliti auguri e festeggiamenti più o meno ipocriti, anche perché la prima data ha una sua funzione importante ma è troppo lontana e la seconda mi è sempre sembrata una presa per i fondelli e siccome mi sento un diversamente maschio il rispetto per l’universo femminile provo ad esercitarlo dal 1° gennaio al 31 dicembre di tutti gli anni che mi saranno dati da vivere. Io sono inca@@ato, sono indignato e profondamente addolorato per gli ennesimi atti di violenza perpetrati nei confronti delle donne e per tutti quelli compiuti in passato. Qui siamo di fronte a una barbarie infame e non si può fare finta di niente e girarsi dall’altra parte. Ci dobbiamo ribellare in maniera drastica, organizzando una vera e propria “Resistenza” perché questa parola per me non vuol dire solamente lotta contro il nazi-fascismo o contro le mafie, la corruzione o l’illegalità diffusa, ma vuol dire anche e soprattutto lotta contro l’infima vigliaccheria di chi se la prende con gli indifesi, in particolar modo donne e bambini. Quello che è accaduto a Motta Visconti adesso e in India prima ne è l’esempio più doloroso, cosi come lo è pensare a Yara e al suo sorriso e saperlo spento per sempre e a tanti purtroppo sempre più numerosi episodi.. E’ stata ed è una cosa veramente sconvolgente che mi ha tolto il sonno e me lo ha reso più brutto. Io che ho sempre avuto la capacità di programmarmi i sogni da qualche giorno non ci riesco più e mi capita spesso di sognare bamboline appese, quell’immagine straziante che ci rimanda alle bambine oscenamente violate che racchiude in sé tutto il dolore del mondo e mi fa vergognare di appartenere al genere maschile.

GAETANO  EMANUELE   FRISENDA

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Mai avrei pensato di entrare in una statistica così crudele. Né di finire sui giornali, o in tv, e tanto meno su “ Chi l’ha visto”. Che ultimamente parla solo di donne: bambine, adolescenti, fidanzate, madri o nonne, mogli e amanti  unite da un unico destino. Scomparse. E spesso ritrovate, chi in fondo a un lago, chi calcificata in un mucchietto di ossa, chi abbandonata agonizzante. Uccise, oltraggiate, violentate, massacrate. E mai avrei immaginato che anche la mia, la tua, le nostre vite si sarebbero chiuse nel titolo di un best seller o di un film: “ Uomini che odiano le donne”. No. Tu, il mio uomo, non eri, non potevi essere così. Finzione, pura finzione, dicevamo. Perché  io così credevo. Davvero. Perché  i mostri, gli assassini, il Male,  sono gli altri, lontani da noi. Perché  la nostra vita, la tua, la mia, e quella dei nostri bambini era e doveva essere una vita normale. Così credevamo.  Così credevo. Desideri piccoli: i giocattoli peri bimbi, gli amici –gli stessi  che ci dicevano quanto eravamo belli e felici il giorno delle nozze, ricordi?- una vacanza ogni tanto, il gazebo per la casa, i fiori in giardino.  La partita. Quest’anno poi c’erano i Mondiali, appuntamento imperdibile. E quella prima partita, così attesa, così maledettamente importante. Soprattutto per te e i tuoi amici. Per me no, troppo stanca. E troppo provata da quel pensiero dominante, che poi era il mio e il tuo:  lo leggevo nei tuoi occhi ormai opachi e assenti, quel pensiero, e tu nei miei, che ti scrutavano come mai era capitato prima. Il tuo amore, se mai c’era stato, si era spezzato.  Ma te ne restava altro, di amore: quello vero, il piu’ forte, il piu’ grande da dare e da ricevere:  i  nostri bambini. Così credevo. E con loro, sprofondata nelle loro braccia, nella loro tenerezza, nel loro incanto, io sì, che riuscivo a dimenticare tutto, a ritrovare il senso della vita. E il Male era fuori, altro da noi, lontano. Così lontano da essere finzione. Così credevo. E si ricominciava. E m’illudevo. E tornavo a sperare. Perfino quella sera. I piccoli a letto, finalmente un po’ di tempo per noi,e per quella cosa comunemente chiamata amore. Così credevo. Così mi abbandonavo. Tu no, invece.

Sei stato per me il coltello. Lucido e freddo nel calcolare i tempi e i modi, hai affondato la lama nelle nostre vite indifese. Hai lasciato le tue tracce sul mio corpo perché sembrasse amore e hai cancellato  quelle di morte perché non denunciassero l’ abisso d’odio che ti portavi addosso. Te ne sei andato, in un altrove nero come quella notte maledetta, chiudendo per sempre la porta sul mio sangue, sul sangue dei nostri figli.  Così credevi. Ma noi, noi soli saremo per te il coltello.  

SILVIA  MAURO, giornalista

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GRAZIE  AMICHE  ED  AMICI.

CIAO  CRISTINA, DA TUTT*  NOI.

 

Anarkikka  di  Stefania Spanò

Anarkikka di Stefania Spanò

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CONTATTI  25   giugno 2014:  35.624

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FEMMINICIDI E ANAFFETTIVITA’

Pubblicato 17/06/2014 da paroladistrega

ECCO LA MATTANZA DELLE ULTIME ORE:
– CRISTINA OMES, 38 anni e i suoi due bambini: accoltellati
– ALBA VARISTO, 59 anni: massacrata a calci e pugni
– MARIA TON, 36 anni: uccisa con il piccone
– DANIELA PUDDU, 37 anni: morta dopo un volo dal 2° piano (si è gettata per sfuggire ad un branco di uomini e… ahimè… due donne).

Ho un desiderio enorme di CAPIRE  IL  PERCHE’.

Leggo qua e là articoli, post nei blog e commenti vari che tentano di definire questi FEMMINICIDI in  altri MILLE MODI. Ma restano FEMMINICIDI ed  io, per comprendere meglio, mi affido alle parole di un esperto di psiche umana: il prof. UMBERTO  GALIMBERTI, filosofo e psicoanalista.

Ho aperto questo video del Prof. Galimberti per l’ennesima volta (non so quante volte l’ho già ascoltato negli ultimi tempi). E ho cercato, mentre lui parla, di scrivere e riportare i concetti base del suo pensiero. Poi ho riletto. Mi sembra proprio che vada a supportare la mia idea, il mio tentativo di darmi una personale spiegazione alla VIOLENZA DI GENERE E AL FEMMINICIDIO.

Cioè: il  FEMMINICIDA E’  UN  ANAFFETTIVO.

In pratica è un robot, un pianificatore, un analfabeta delle emozioni, un incapace di condivisione emotiva. E’ UNA  MACCHINA DA GUERRA CHE ANNIENTA E SCHIACCIA QUALSIASI  ESSERE CHE OSTACOLI IL SUO CAMMINO.

Ecco, in sintesi, le parole del prof. GALIMBERTI nel video:

I sentimenti si apprendono durante i primi tre anni di vita del bambino, attraverso la “cura”, quando si formano le c.d. MAPPE EMOTIVE.

Se entro quei primi 3 anni non c’è la “cura” da parte della madre, allora nel bambino c’è il misconoscimento: “non valgo niente”.
Le mappe emotive secondo le neuroscienze si formano nei primi 3 anni. Se non si formano, rimane tutto a livello di IMPULSO  e non si sviluppa il successivo livello di EMOZIONE. Cioè rimane tutto  a semplice livello biologico senza emancipazione, senza emotività.
L’EMOZIONE poi si sviluppa  nel livello superiore del SENTIMENTO (che è vissuto su un piano cognitivo: si percepiscono gli Altri in modo adeguato).

Dove si imparano i SENTIMENTI?  Li impariamo attraverso la CULTURA. Se  la CULTURA non interviene, tutto rimane a livello di IMPULSO oppure,  al massimo, a livello di EMOZIONE.

SE LE MAPPE EMOTIVE NON SI FORMANO, LE PERSONE NON CONOSCONO LA DIFFERENZA TRA:

IL BENE E IL MALE, ,

IL GIUSTO E L’INGIUSTO,

CORTEGGIARE UNA RAGAZZA E STUPRARLA.”

ECCO.

NON VI PARE QUINDI CHE IL FEMMINICIDA SIA UNA PERICOLOSA MACCHINA DA GUERRA?

E alla radice del problema, si notano due momenti:

– il pericolo della mancanza o della carenza della “cura materna”, con pregiudizio per la formazione delle mappe emotive;

– il pericolo della mancanza di “cultura del sentimento”, con affermazione invece della “cultura patriarcale”:  fai l’uomo vero, non piangere, non far vedere che soffri, non dimostrarti mai dolce o tenero, sii forte, sii macho, sii duro e puro, combatti, annienta, raggiungi l’obiettivo a tutti i costi. Fai l’uomo con le palle.

Cosa ho voluto dimostrare?

Semplicemente che il FEMMINICIDA NON E’ UN FOLLE.

E’  UN UOMO CHE UCCIDE SENZA PIETAS, E’ UN UOMO CHE NON CONOSCE LA CONDIVISIONE EMOTIVA, E’ UN UOMO CHE RECITA L’AMORE MA FA LA GUERRA.

E’  UN ASSASSINO. Punto e basta.

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CONTATTI  18   giugno 2014:  31.355

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IL TERZO OCCHIO

Pubblicato 16/06/2014 da paroladistrega
Buddha, il terzo occhio della saggezza

Buddha, il terzo occhio della saggezza

Ieri ho ascoltato questa notizia in TV. Una giovane donna, CRISTINA OMES (38 anni), trovata uccisa insieme ai suoi due piccoli figli, una femmina ed un maschio. Massacrati. Il marito li ha trovati così, in un mare di sangue e devastazione, dopo il suo rientro a casa (era andato a vedere la partita dei mondiali in casa di amici).

Qui la notizia ANSA:

http://www.ansa.it/lombardia/notizie/2014/06/16/madre-e-figli-uccisi-fermato-il-marito_2a95c1c2-3ae2-44e4-9f7b-dbe0097ea9e6.html

Immediatamente ho pensato che il MARITO fosse colpevole di quel massacro. Immediatamente.

Forse perché noi donne attente al fenomeno della VIOLENZA DI GENERE, al fenomeno del FEMMINICIDIO, ormai abbiamo un occhio e un orecchio molto sensibili, anche se non abbiamo ancora il TERZO OCCHIO della saggezza, come Buddha. Ci sarebbe utile.

Quel TERZO OCCHIO che non si limita a vedere le cose come i nostri normalissimi due occhi, che non si limita a fotografare immagini e registrare dati. Il TERZO OCCHIO va oltre: usa la mente, le sensazioni, le intuizioni, le percezioni. E’ un “occhio pensante” che elabora, costruisce, vede oltre l’apparenza delle cose.

Ecco. Quest’occhio dovrebbero svilupparlo tutte le donne.

Dovremmo essere dotate di quest’occhio per percepire il MALE prima ancora che questo possa colpirci, annientarci, annullarci. Dovremmo essere dotate di quest’occhio per non finire massacrate in laghi di sangue ed orrore .

Ma come fa una donna  ad avere il terzo occhio della saggezza e della luce… se anche  i suoi due normalissimi e umanissimi occhi sono spesso offuscati da un sentimento che crede sia amore?

Perché non riusciamo a comprendere la differenza tra AMORE e POSSESSO, tra PASSIONE e VIOLENZA, tra SESSO e DOMINIO?

Perché CRISTINA non ha sviluppato il suo TERZO OCCHIO? Forse era molto… troppo innamorata? Non posso credere alla solita scusa del raptus, classico escamotage dell’uomo violento. Il raptus non esiste: quest’uomo certamente aveva già dato segnali evidenti di VIOLENZA.

Lei non ce l’ha fatta.

Dobbiamo riuscirci noi, per lei, per tutte le altre.

Sviluppiamo questo TERZO OCCHIO DI LUCE SULLA VIOLENZA.

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CONTATTI  17  giugno 2014:  30.721

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FACEBOOK: OK AL SENO CHE ALLATTA

Pubblicato 14/06/2014 da paroladistrega

pablo-picasso-maternity

 

FACEBOOK dà il suo okay per le foto delle mamme con seno nudo che allattano.
http://www.huffingtonpost.it/2014/06/14/facebook-foto-seno-nudo-allattamento_n_5494893.html?utm_hp_ref=italy

Bene. Sono molto contenta di questa conquistata libertà di esposizione di seni che allattano, sul social più famoso.

Del resto, possiamo dire che non c’è niente di più bello della maternità visibile e condivisa, che non c’è niente di più commovente dello sguardo di una madre che allatta, che non c’è niente di più innocente di un bebé che si nutre dal seno materno.
E fin qui, credo, possiamo essere tutt* d’accordo: madri e non madri, padri e non padri.
Però, come in tutte le azioni umane, come in tutte le situazioni di vita, non si può dire che “tutto va bene”, sempre e comunque. Serve misura, serve “sapienza”. Serve prima riflettere.

Non sono madre. Se lo fossi, posterei le mie foto mentre allatto? La risposta è NO.
Perché? Semplice.

Primo. Perché vorrei che il “momento magico” tra me e mio-a figlio-a  fosse tutto nostro, senza bisogno di sbatterlo nel web sotto l’occhio indagatore di quei maschietti a cui non interessa molto dell’allattamento.

Secondo. Perché non sento e non sentirei l’esigenza di mostrare parti di me o di mio figlio per creare una condivisone pubblica e plateale delle emozioni.

Terzo.  Per il RISPETTO nei confronti della creaturina: qualcun* si pone il problema che i bambini e le bambine non possono esprimere la loro opinione in merito e si trovano sbattuti sul web, a prescindere? E non c’entra nulla non far vedere il volto:  c’è comunque un corpo e quel corpo ha dei diritti.

Questo è il mio pensiero.
Non sono bacchettona (neppure per sbaglio).
Credo solo che l’allattamento sia qualcosa di talmente bello, poetico, intimo, dolce, da non necessitare di “sbandieramenti” nei social, sotto gli occhi di chi apprezza, ma anche di chi non ha sguardi così ingenui e puri.
Ormai, mettiamo tutto lì dentro, come carne al macello.

Almeno i bambini, lasciamoli in pace.
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CONTATTI  15  giugno 2014:  30.342

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IL BRANCO

Pubblicato 03/06/2014 da paroladistrega

IMMAGINE BRANCO 1

Ho letto la notizia della ragazza indiana di 22 anni: stuprata da un BRANCO e poi uccisa. Uccisa come? Le è stato fatto bere dell’acido e poi è stata strangolata. Tutto questo ancora nell’Uttar Pradesh,  lo stesso Stato indiano dove sono state stuprate e impiccate due ragazzine. Sempre da parte di un BRANCO.

http://www.unita.it/mondo/india-donna-stupro-femminicidio-violenza-acido-1.572739?localLinksEnabled=true&utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook

Aggiungere il termine UOMINI al termine BRANCO, mi sembra alquanto superfluo. Esistono  BRANCHI DI DONNE che massacrano uomini? Forse nella mitologia, ma questo non accade certo nella realtà del nostro quotidiano.

E il problema è che il fenomeno del BRANCO è trasversale ad ogni cultura. Certo, in certi Paesi, tale fenomeno è “accettato” come parte intrinseca della società,  dell’educazione. E’ più presente, radicato.

Ma il BRANCO  – potenzialmente –  può nascere ovunque.

Cos’è il BRANCO? Io me lo raffiguro così.

Vedo un gruppo di uomini con la bava alla bocca, in preda al testosterone, senza più nulla di umano se non la parola (stentata, urlata, ripetitiva).

Uomini che  – singolarmente – non si sentono uomini.

Uomini che  – singolarmente – non riescono a guardare una donna negli occhi.

Uomini che – singolarmente – non riescono ad avere un normale rapporto sessuale con una donna.

E allora hanno bisogno di fondersi tra loro. Devono unirsi gli uni agli altri per dar vita ad un unico essere, con unico pensiero e unico obiettivo. Devono creare un unico MOSTRO per annullare in esso le loro singole mostruosità. E sentirsi finalmente “potenti”, “virili”, “uomini”.

E il MOSTRO  sceglie la PREDA o le PREDE. Possibilmente una o poche, possibilmente giovanissime, possibilmente povere o indifendibili o indifese. Devono essere prede  “deboli” agli occhi del MOSTRO-BRANCO.

Tutto deve avvenire con rapidità, facilità.

Più facile è il gioco al massacro, più il MOSTRO-BRANCO si sente uomo.

Più la preda piangerà ed implorerà la grazia da quell’infierire, più il MOSTRO-BRANCO potrà affermare la sua forza, il suo potere.

Tempo fa, ho provato a guardare un film su questo fenomeno. Si intitolava proprio “IL BRANCO”, regia di Dino Risi, 1994 (ispirato ad una storia vera dello stupro di gruppo su due autostoppiste tedesche da parte di italiani).

Di fronte alle scene più forti, ho chiuso gli occhi.

Se avete uno stomaco d’acciaio, provate a guardare quel film.

Fa capire quanto il MOSTRO-BRANCO  non sia così lontano da noi.

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CONTATTI  4 giugno 2014:  30.112

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Parti di lui

Sono un Dugongo spiaggiato.

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BARBARA GIORGI

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