FEMMINICIDI E ANAFFETTIVITA’

Pubblicato 17/06/2014 da paroladistrega

ECCO LA MATTANZA DELLE ULTIME ORE:
– CRISTINA OMES, 38 anni e i suoi due bambini: accoltellati
– ALBA VARISTO, 59 anni: massacrata a calci e pugni
– MARIA TON, 36 anni: uccisa con il piccone
– DANIELA PUDDU, 37 anni: morta dopo un volo dal 2° piano (si è gettata per sfuggire ad un branco di uomini e… ahimè… due donne).

Ho un desiderio enorme di CAPIRE  IL  PERCHE’.

Leggo qua e là articoli, post nei blog e commenti vari che tentano di definire questi FEMMINICIDI in  altri MILLE MODI. Ma restano FEMMINICIDI ed  io, per comprendere meglio, mi affido alle parole di un esperto di psiche umana: il prof. UMBERTO  GALIMBERTI, filosofo e psicoanalista.

Ho aperto questo video del Prof. Galimberti per l’ennesima volta (non so quante volte l’ho già ascoltato negli ultimi tempi). E ho cercato, mentre lui parla, di scrivere e riportare i concetti base del suo pensiero. Poi ho riletto. Mi sembra proprio che vada a supportare la mia idea, il mio tentativo di darmi una personale spiegazione alla VIOLENZA DI GENERE E AL FEMMINICIDIO.

Cioè: il  FEMMINICIDA E’  UN  ANAFFETTIVO.

In pratica è un robot, un pianificatore, un analfabeta delle emozioni, un incapace di condivisione emotiva. E’ UNA  MACCHINA DA GUERRA CHE ANNIENTA E SCHIACCIA QUALSIASI  ESSERE CHE OSTACOLI IL SUO CAMMINO.

Ecco, in sintesi, le parole del prof. GALIMBERTI nel video:

I sentimenti si apprendono durante i primi tre anni di vita del bambino, attraverso la “cura”, quando si formano le c.d. MAPPE EMOTIVE.

Se entro quei primi 3 anni non c’è la “cura” da parte della madre, allora nel bambino c’è il misconoscimento: “non valgo niente”.
Le mappe emotive secondo le neuroscienze si formano nei primi 3 anni. Se non si formano, rimane tutto a livello di IMPULSO  e non si sviluppa il successivo livello di EMOZIONE. Cioè rimane tutto  a semplice livello biologico senza emancipazione, senza emotività.
L’EMOZIONE poi si sviluppa  nel livello superiore del SENTIMENTO (che è vissuto su un piano cognitivo: si percepiscono gli Altri in modo adeguato).

Dove si imparano i SENTIMENTI?  Li impariamo attraverso la CULTURA. Se  la CULTURA non interviene, tutto rimane a livello di IMPULSO oppure,  al massimo, a livello di EMOZIONE.

SE LE MAPPE EMOTIVE NON SI FORMANO, LE PERSONE NON CONOSCONO LA DIFFERENZA TRA:

IL BENE E IL MALE, ,

IL GIUSTO E L’INGIUSTO,

CORTEGGIARE UNA RAGAZZA E STUPRARLA.”

ECCO.

NON VI PARE QUINDI CHE IL FEMMINICIDA SIA UNA PERICOLOSA MACCHINA DA GUERRA?

E alla radice del problema, si notano due momenti:

– il pericolo della mancanza o della carenza della “cura materna”, con pregiudizio per la formazione delle mappe emotive;

– il pericolo della mancanza di “cultura del sentimento”, con affermazione invece della “cultura patriarcale”:  fai l’uomo vero, non piangere, non far vedere che soffri, non dimostrarti mai dolce o tenero, sii forte, sii macho, sii duro e puro, combatti, annienta, raggiungi l’obiettivo a tutti i costi. Fai l’uomo con le palle.

Cosa ho voluto dimostrare?

Semplicemente che il FEMMINICIDA NON E’ UN FOLLE.

E’  UN UOMO CHE UCCIDE SENZA PIETAS, E’ UN UOMO CHE NON CONOSCE LA CONDIVISIONE EMOTIVA, E’ UN UOMO CHE RECITA L’AMORE MA FA LA GUERRA.

E’  UN ASSASSINO. Punto e basta.

_________________________________________________________

CONTATTI  18   giugno 2014:  31.355

AVVISO AI VISITATORI DEL BLOG: LA PUBBLICITA’ NON  E’ INSERITA DA ME, ma direttamente da WORDPRESS (io non guadagno niente da questo blog).

 

 

 

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9 commenti su “FEMMINICIDI E ANAFFETTIVITA’

  • Quindi, se aggiungiamo che le bambine sono trattate anche peggio e, nel contempo, subiscono ogni sorta di repressione e bassissima autostima, si evince che a soffrire di questa carenza e di questa cultura sono solo i maschi….
    Però…

  • Cara Giulia Morris, evinci male. Non distorcere ciò che ho scritto e leggi bene. Già dal titolo del pezzo si comprende benissimo che sto riflettendo sul femminicidio: quindi sul massacro di donne compiuto da uomini e tento di comprenderne le cause, i perché.
    Se leggi bene, io sottolineo, rifacendomi al prof. Galimberti due possibili cause:
    – l’eventuale incuria materna
    – la cultura patriarcale: lo sanno anche i gatti, sono le donne a pagare le conseguenze di questa cultura imperante, a discapito dell'”uomo con le palle” (citato sopra).
    E’ la cultura patriarcale (e la non applicazione di una cultura del sentimento) ad incidere sulla figura dell’anaffettivo.
    Qui, ho cercato di demolire la figura giustificativa del “folle”, affermando l’esistenza di una figura di “femminicida anaffettivo”.
    Il fatto che le donne subiscano ogni forma di repressione è un tema trattato costantemente nel mio blog: hai mai letto nulla dei miei post?
    Ma qui il tema non è la VITTIMA, ma il CARNEFICE.
    Più volte noi femministe abbiamo proprio chiesto questo: cioè cambiare prospettiva, spostando l’attenzione dalla vittima-donna all’uomo-assassino.

  • Anche se a me quello delle mappe emotive non mi convince molto.. per lo meno messa in quel modo.. perchè quello che esce dalla porta rientra dalla finestra, gira e rigira deve essere sempre colpa di qualche donna.. in questo caso la madre.. e il padre dovè? Chi dice che deve essere per forza la madre biologica.. non so, non sono una psicologa ma non mi convince, quello della madre, per il resto d’accordo su tutto..

    • Ida, capisco ciò che intendi, ma tieni presente il concetto di IMPRINTING. I bambini, così come gli animali, instaurano subito un rapporto di “dipendenza” nei confronti dell’essere che per primo li accudisce e segue. Raramente è il padre. Lo sappiamo bene. La cura, culturalmente parlando, attiene alla madre. Possiamo non essere d’accordo su questo, ma è la realtà dei fatti. Hai mai letto dell’oca Martina di Lorenz?

      • Si, proprio per questo chi l’accudisce non è detto che deve essere per forza la madre.. forse è la cultura e l’educazione che responsabilizza totalmente la madre.. Io ho due figli, nei primi anni della loro vita, sono stati seguiti, più dal padre che da me, e questo mi faceva venire i sensi di colpa, mi faceva sentire sbagliata inadeguata, e poi m’incazzavo con me perchè avevo i sensi di colpa…ecco tutte queste aspettative sociali, verso gli uomini non ci sono, possono essere presenti, assenti, quello che li pare, come li pare se li pare..lo so ora stò parlando d’altro..

  • Ida, come ho scritto sopra, in base alla nostra cultura (giusto o ingiusto che sia) si pensa alla madre come figura principale di accudimento. E noi donne, anche quando pensiamo di essere “libere e liberate”, siamo cresciute e abbiamo respirato a nostra volta questa cultura. Da qui, derivano i tuoi sensi di colpa: te li crea indubbiamente la cultura che abbiamo assorbito tutte. Certo, tentiamo di criticarla, di osservarla in modo distaccato, ma ne facciamo parte, volenti o nolenti. Quindi, spesso, cadiamo anche noi nel suo gioco perverso.

  • Tempo fa avevo scritto questo breve articolo (forse può servire in questo blog):

    FEMMINICIDIO
    La parola femminicidio o femicidio è stata oramai introdotta nel nostro vocabolario e si riferisce all’uccisone della donna intesa come genere. Debbono cadere le critiche che alcuni fanno al concetto di “femmina” che, per lo meno in Italia (specie nel centro nord), talvolta assume significati non propriamente positivi perchè si pensa possa riportare alle sole funzioni sessuali o comunque biologiche e non invece alla persona di sesso femminile in quanto tale.
    Questo terribile fenomeno, che pare essere in costante crescita, deve esser messo in relazione col potere di esercitare violenza e sottomissione da parte dell’aggressore maschio nei confronti della vittima femmina. Con questo non si vuol trascurare i casi diversi in cui gli attori dei fatti criminosi assumano ruoli invertiti o le circostanze in cui le vittime appartengono allo stesso genere degli aggressori.
    In ogni caso la violenza è esercitata da chi ha i mezzi piu’ idonei per farlo. Tra questi innanzi tutto vi è la forza, l’aggressività, l’odio (conscio oppure no), la presunzione, l’arroganza, il narcisismo, lo status, il potere economico, quello politico o genericamente la posizione all’interno di una gerarchia.
    Nella cosiddetta società patriarcale o maschiocentrica, comunque fondata sul potere del piu’ forte, i mezzi citati sono per lo più a disposizione dell’uomo. E chi ha un potere prima o poi lo usa, specie se esercitarlo offre quote di piacere-godimento, soddisfazione, ingerenza sugli altri, appagamento di istanze violente spesso represse che si evidenziano quando emergono le circostanze adeguate.
    Queste circostanze sono spesso, quelle che caratterizzano i rapporti di coppia.
    La coppia è il contesto piu’ adeguato che favorisce l’espressione dell’aggressività o addirittura della violenza in chi, condizionato da moplteplici fattori sociali, intende il rapporto come possesso, come possesso di un “oggetto” da manipolare a piacimento. L’”oggetto” in questione è, però, una persona, una donna, che, a rigor di logica, deve essere considerata, e non soltanto sul piano dei diritti umani, alla stregua di chiunque altro.
    La violenza che poi fatalmente diventa femminicidio si manifesta quando il sistema di potere all’interno della coppia vacilla e esplode nella maniera piu’ drammatica quando la donna non accetta piu’ di condividere col partner la propria esistenza quotidiana.
    A questo punto il maschio diventa un persecutore che cerca di imporre la sua presenza senza tenere in alcuna considerazione le volontà della partner. Quest’ultima si macchierebbe della colpa di lasciarlo, sottraendosi al regime che quello le impone spesso dagli inizi del rapporto stesso. A questo punto le fantasie megalomaniche intrise di emotività degradata e sentimentalismo decadente prendono il sopravvento unendosi alla volontà di prevalsa a tutti i costi. Tralascio, almeno in questa sede, le dinamiche masochistiche che spesso coadiuvano un tal genere di rapporti.
    Il delinquente, perchè di questo si tratta, pensa spesso in questi termini: “come puoi tu, umile femmina, non sottostare ai miei voleri? Come osi contrastarmi? Com’è possibile che io, possente rappresentante del mio genere, venga abbandonato da te, remissiva e debole rappresentante delle donne? Com’è possibile che un “oggetto” si rifiuti di esser manipolato da colui che lo possiede per diritto legale, consuetudinario, ecc?
    Il persecutore, con una rilevanza statisticamente suggestiva, è spesso in possesso di armi proprie e improprie. Quest’ultime, se non altro, si riferiscono alla sua struttura fisica che solitamente è in grado di imporre con la forza cio’ che decide di avere dalla donna. Del resto l’habitus mentale delle professioni che necessitano di un’arma facilitano pensare che i propri desideri o esigenze possano essere raggiunti con uno strumento d’aggressione come un’arma appunto. Anche questo fa parte della cosiddetta deformazione professionale, deformazione che, per fortuna, non interessa tutti, naturalmente.
    Le motivazioni per cui l’uomo sente di avere diritti di ingerenza nei confronti della compagna sono, evidentemente, di caratte culturale. Ad esempio la cultura del numero uno, del campione, viene imposta ai bambini come caratteristica ambita. E cosa fa il numero uno nelle varie situazioni in cui viene a trovarsi? Comanda, vuole senza chiedere, chiede e se non ottiene fa opera di convincimento fino ad usare la violenza. Ecco a cosa puo’ portare, e di fatto porta, appellare i bambini chiamandoli “campione”.
    Non si è campioni di nulla se non della propria illusione di essere prescelto dalla natura, senza fare alcuno sforzo per maturare, evolvere la propria personalità, essere, in definitiva, una persona di valore che si confronta con gli altri senza pretendere di avere, sempre e comunque, la meglio. Il numero uno per diritto divino. Un tratto ideologico sciagurato e perverso che, purtroppo, è parte integrante del nostro sistema sociale e politico.
    La sconfitta, essere abbandonati, fanno parte dell’esistenza ed è necessario saperne accettare le conseguenze anche se fanno male allo spirito, al corpo, a tutta la nostra personalità. Poi ci saranno altri momenti per riordinare le nostre forze e ottenere in maniera “sana” ciò che ci prefiggiamo di raggiungere.
    Ma il numero uno non sa perdere e allora vuole a tutti i costi quello che desidera, cose e persone.
    Le donne, le femmine, sono per lui soltanto l’occasione o lo strumento del loro piacere. Guai a chi contrasta questa loro sacrosanta impostazione di base.
    Invece è necessario contrastarla. E’ necessario che il persecutore trovi degli ostacoli al suo operato. La sua violenza deve per forza di cose essere impedita, bloccata.
    Pare, però, che il sistema legislativo italiano, e forse di molti altri stati, non assolva degnamente a questa richiesta di aiuto. Dunque sembra logico cercare di affinarlo per contrastare la violenza dell’uomo verso la donna, spesso paradossalmente amata. Almeno così osano affermare questi individui lontani oramai da ogni parvenza umana e nemmeno vicini ad una qualche altra specie animale, ma forse inseribili soltanto in oscure categorie biologiche aberranti e perverse.
    Tuttavia non è soltanto una questione legislativa che potrà far fronte a questo drammatico fenomeno, ma anche la solidarietà dei parenti, degli amici, di tutti coloro che abbiano preso a cuore il fenomeno della persecuzione, nonché uccisione, di donne.
    Parenti, amici e operatori in tal senso è necessario facciano scudo attorno alla vittima e intralcino, con ogni mezzo, l’operato del persecutore. Non si tratta soltanto di scappare da lui, di rendersi irreperibili, ma di ben altro. Non c’è soltanto la fase passiva (scappare), ma anche la fase attiva, cioè contrastare direttamente l’aggressore, ove non giunga a piu’ miti pretese. In altre parole, quando egli (esso) non desista dai malvagi propositi che la sua vile e meschina personalità gli impongono.
    Questo deve sapere l’”infimo aguzzino”: che non si trova di fronte soltanto una donna, ma un gruppo di persone che potranno agire di conseguenza nella misura in cui le sue azioni oltrepassino un certo limite. Il persecutore è solitamente invaso dalla codardia perchè soltanto verso una donna che giudica piu’ debole di lui puo’ lasciarsi andare a certi tipi di comportamento arrivando alla violenza e all’omicidio che coronano il suo aberrante stato pseudomentale.
    Il persecutore penserà più prudentemente ai suoi percorsi comportamentali se troverà a doversi misurare con un gruppo di persone impegnate a contrastarlo, a intimidirlo, che cercano di indurlo a piu’ miti pretese, fino ad abbandonare alcuna pretesa, fino a dileguarsi del tutto dall’ambito spazio temporale della vittima.

    • Letizia, c’entra eccome. Leggi tutto l’articolo, non solo la parte che ti ha colpito di più o che non ti piace o che vuoi contestare.
      Si parla di due fattori concatenati:
      1) fattore mappe emotive non evolute
      2) fattore ambiente culturale.
      E’ stato evidenziato dal prof. Galimberti quanto l’assenza di una “cultura del sentimento” vada successivamente, nel tempo, a sommarsi alla carenza dello sviluppo delle mappe emotive.
      E l’assenza della “cultura del sentimento”, significa dominio della “cultura patriarcale”, ovviamente.
      E la cultura patriarcale, lo sanno anche i gatti, prevede un dominio del modello maschile su quello femminile.
      Ergo:
      – un maschio con carenza di mappe emotive evolute, inserito nel classico modello patriarcale, rafforza il modello di MASCHIO DOMINANTE che considera la donna con anaffettività e oggettivizzazione;
      – una femmina con carenza di mappe emotive evolute, inserita nel modello patriarcale, non sarà mai così fortemente aggressiva (o non quanto il maschio) in quanto assoggettata comunque al modello patriarcale, al concetto culturale del maschio che domina e comanda: sarà “culturalmente educata” a sottostare al maschio.
      E’ un concetto chiaro e limpido come l’acqua di una sorgente pura.

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