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Tutti gli articoli per il mese di ottobre 2014

REYHANEH. FEMMINICIDIO DI STATO

Pubblicato 29/10/2014 da paroladistrega
Mia dolce madre, cara Sholeh, l'unica che mi è più cara della vita, non voglio marcire sottoterra. Non voglio che i miei occhi o il mio giovane cuore diventino polvere. Prega perché venga disposto che, non appena sarò stata impiccata il mio cuore, i miei reni, i miei occhi, le ossa e qualunque altra cosa che possa essere trapiantata venga presa dal mio corpo e data a qualcuno che ne ha bisogno, come un dono. Non voglio che il destinatario conosca il mio nome, compratemi un mazzo di fiori, oppure pregate per me. Te lo dico dal profondo del mio cuore che non voglio avere una tomba dove tu andrai a piangere e a soffrire. Non voglio che tu ti vesta di nero per me. Fai di tutto per dimenticare i miei giorni difficili. Dammi al vento perché mi porti via...”

Mia dolce madre, cara Sholeh, l’unica che mi è più cara della vita, non voglio marcire sottoterra. Non voglio che i miei occhi o il mio giovane cuore diventino polvere. Prega perché venga disposto che, non appena sarò stata impiccata il mio cuore, i miei reni, i miei occhi, le ossa e qualunque altra cosa che possa essere trapiantata venga presa dal mio corpo e data a qualcuno che ne ha bisogno, come un dono. Non voglio che il destinatario conosca il mio nome, compratemi un mazzo di fiori, oppure pregate per me. Te lo dico dal profondo del mio cuore che non voglio avere una tomba dove tu andrai a piangere e a soffrire. Non voglio che tu ti vesta di nero per me. Fai di tutto per dimenticare i miei giorni difficili. Dammi al vento perché mi porti via…”

 

Ho iniziato ad interessarmi di streghe durante la lettura del libro “Osservazioni sulla tortura” di Pietro Verri (1777). Nel libro  non si parla in modo specifico di streghe, ma di torture, di ingiustizie attuate nei processi, per ottenere ammissioni di colpe (inesistenti) tramite l’utilizzo di un dolore fisico insopportabile, inumano, pianificato e sadico.

Anche le streghe, le c.d. streghe, hanno subito queste pratiche violente e pensate ad hoc, per ottenere confessioni di atti mai commessi: unioni carnali con i demoni, partecipazione a sabba nei boschi, infanticidi e omicidi in nome di satana.

Streghe:  donne sottoposte a torture e uccise sui roghi, in quanto libere e ribelli, fuori dagli schemi.

Herbarie e levatrici che invadevano la sfera di azione della medicina (territorio maschile) o delle scienze in genere.

Zingare che camminavano scalze e vivevano leggendo la mano, senza fissa dimora.

Donne che parlavano, dicevano la loro, esprimevano opinioni, sfuggendo al controllo sociale.

Streghe, cioè donne che tentavano di spezzare catene mentali e fisiche.

Oggi le streghe non esistono più, perché non ci sono donne “perseguitate”. O forse sì. E se esistono, chi sono oggi le streghe?

Sono le donne libere di testa, quelle che non vogliono vivere in modo ipocrita e falso, quelle che gridano la loro libertà e la pretendono, quelle che vogliono vedere riconosciuti e affermati i loro diritti e la loro tutela di fronte alla legge. Vengono criticate, condannate, perseguitate: perché è troppo complicato aver a che fare con loro, con la loro forza interiore, con la loro dignità, con il valore delle loro battaglie.

Donne come REYHANEH  JABBARI.  Come lei.

Per sette anni, ha vissuto in prigione, soggetta a chissà quali torture per farle ritrattare la sua accusa di tentato stupro nei confronti di un uomo (agente dell’intelligence iraniano), che è stata costretta ad uccidere per difendersi dalla violenza.

Reyhaneh non ha voluto ritrattare la sua accusa di tentato stupro: ha agito contro il sistema. Si è ribellata e ha mantenuto la sua dignità.

Così è stata punita: è stata IMPICCATA.

Una volta le streghe erano bruciate sui roghi dalla Santa Inquisizione. Oggi sono impiccate o lapidate in nome di Allah.

Ma il “problema”, per questi ASSASSINI DI STATO,  è che Reyhaneh non ha “solo” ucciso un uomo (per legittima difesa): lei ha osato porsi contro gli uomini, tutti.

Lei ha attuato un attentato ad  un sistema di pensiero.

Lei si è ribellata alla violenza istituzionalizzata del mondo maschile.

Lei ha osato ribellarsi ad uno stupro, uccidendo: come farebbe un uomo.

Lei ha minato tutto un sistema di libertà di azione e di uso-consumo della donna.

Lei ha detto alle altre donne, con il suo sacrificio: ribellatevi.

Lei era pericolosa. No, mi correggo: LEI E’ PERICOLOSA, ORA PIU’ CHE MAI.

REYANEH ORA NON E PIU’ “SOLO” UNA DONNA: E’ UN SIMBOLO DELLA LOTTA ALLA VIOLENZA DI GENERE ISTITUZIONALIZZATA.

E voi che l’avete uccisa, voi che avete compiuto un FEMMINICIDIO DI STATO, ne avete amplificato l’immagine e il valore, di fronte a tutto il mondo.

REYHANEH  NON E’ MORTA.  VIVE.   PIU’ CHE MAI.

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BAMBINE: il fine giustifica i “mezzi”?

Pubblicato 27/10/2014 da paroladistrega
caffeinamagazine.it

caffeinamagazine.it

Nei social  (leggasi Facebook), molte amiche femministe si sono entusiasmate per questa iniziativa-campagna pubblicitaria, lanciata dall’associazione americana FCKH8 che produce magliette contro il razzismo e il sessismo.

http://www.caffeinamagazine.it/la-polemica/4032-campagna-shock-fuck-a-sessismo-a-dirlo-sono-le-bambine

Nel video youtube della campagna, linkato ovunque, si vedono alcune BAMBINE travestite da piccole Barbie, da principesse di carnevale, da fatine delle fiabe che – con toni e parole di sfida – mandano a quel paese, utilizzando una serie di parolacce, per contestare il sessismo dilagante nella società, la violenza di genere e le ingiustizie di genere (il ricavato della vendita delle magliette sarà devoluto alla fondazione per i diritti delle donne).

Per carità, tutto molto d’impatto: soprattutto i vestitini fiabeschi color rosa, corallo e lilla (con perle, tulle e #tuttoquantofabambola) in netto contrasto con le frasi di ribellione e battaglia femminista. Insomma: immagini fondate su stereotipi versus parole di ribellione e rottura. Sì, tutto molto bello.

PECCATO CHE SIANO STATE COINVOLTE DELLE BAMBINE.

Il bello delle battaglie femministe è che dovrebbe partire tutto dalla CONSAPEVOLEZZA: forse non ancora quella del sé (tanto la cercheremo per tutta la vita, umanamente parlando), ma almeno quella del valore di quell’azione, di quella battaglia, di quel percorso, di quella sfida, di quel “no”. La CONSAPEVOLEZZA  di essere lì, pronte a far qualcosa di buono e costruttivo.

Quindi, usare delle bambine, in una campagna di tipo sociale e culturale, lo trovo –  a dir poco –  SCONCERTANTE.

Se questa campagna avesse proposto delle ragazze (almeno adolescenti), minimamente consapevoli di ciò che dovevano rappresentare e proporre, allora la cosa poteva pure convincermi.

Non questo.

Non l’uso di queste bambine. Anche questa è una forma ed espressione di infanzia usata, strumentalizzata, come tante se ne vedono.

Non importa se è a fin di bene, non importa se è una provocazione per il bene delle donne (detto da una che combatte contro la violenza di genere).

Si tratta di BAMBINE.

Cosa avranno mai compreso di ciò che un testo predisposto stabilisce di dire?

Cosa avranno mai compreso di quel contrasto tra la favola del vestitino bamboleggiante e le parolacce?

Cosa avranno mai compreso di tutto quel video di cui sono protagoniste?

Certo, è importante educare alla parità di genere fin da piccol*: praticamente dalla culla.

Ma una cosa è educare. Altra cosa è usare dei visetti di bimba come mezzi  impattanti.

Lasciamo stare le BAMBINE. Assumiamoci, da DONNE, le nostre responsabilità, come ci hanno insegnato le femministe che andavano nelle piazze negli anni Settanta: se dobbiamo dire “FUCK”, diciamolo noi, senza usare delle bambine al nostro posto.

Oppure vogliamo utilizzare anche noi il principio machiavellico del fine che giustifica i “mezzi”? Ma non abbiamo sempre detto che siamo diverse da quel mondo, da quelle strategie, da quel modo di pensare ed agire?

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I SILENZI DELLE DONNE

Pubblicato 23/10/2014 da paroladistrega

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Stasera, nella mia “home” di Facebook ho visto il link di un post della collega blogger IL RICCIOCORNO SCHIATTOSO, pertinente un video che avevo visto tempo fa e che aveva ispirato un mio racconto sulla VIOLENZA DOMESTICA.

http://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2014/10/21/perche-le-vittime-di-violenza-domestica-non-se-ne-vanno/

Il video è di LESLIE MORGAN STEINER, autrice del libro “Crazy Love”: nel video  racconta la sua personale esperienza di donna vittima di VIOLENZA DOMESTICA (psicologica e fisica) da parte del primo marito.

Quando, la prima volta, ho visto questo video (oltre un anno fa), sono rimasta molto colpita. Talmente tanto che, dalle emozioni ricevute e poi amplificate, è nato il mio racconto “C’ERA UNA VOLTA“, contenuto nel mio secondo libro “EVA E ALTRI SILENZI“. In questo racconto parlo proprio dell’esperienza di una giovane donna e del suo ritrovarsi “vittima” di VIOLENZA DOMESTICA da parte del convivente-compagno.

Stasera ho riletto il testo tratto dal video di L.M. STEINER, nel blog dell’amica blogger (vd sopra link) e questa volta, senza coinvolgimento emotivo, ho provato a trarne uno SCHEMA ESEMPLIFICATIVO. Cioè, ho provato a schematizzare il percorso di sviluppo della VIOLENZA DOMESTICA, in base all’esperienza di Steiner.

Esattamente, dalle parole dell’autrice di Crazy Love, dal racconto della sua esperienza, si trae questo schema di NASCITA ED EVOLUZIONE DELLA VIOLENZA DOMESTICA:

1° Fase:  SEDUZIONE  DELLA   VITTIMA

2° Fase: ISOLAMENTO DELLA  VITTIMA (creare una “gabbia” fisica e psicologica)

3° Fase: MINACCIA   DI   VIOLENZA (esempio:  mostrare armi o oggetti contundenti-taglienti)

4° Fase:  AGGRESSIONE  FISICA  (prima episodi “isolati”, poi azioni frequenti e sistematiche).

La Steiner, a questi punti, evidenzia  le  DOMANDE  che frequentemente vengono rivolte alla VITTIMA DI VIOLENZA:

PERCHE’  SEI RIMASTA CON LUI?  PERCHE’  NON SEI ANDATA VIA?

Le RISPOSTE della Steiner sono:

“NON SAPEVO CHE LUI STESSE ABUSANDO DI ME”  (quindi la VIOLENZA DOMESTICA non è “riconosciuta” come tale dalla vittima)

E comunque, una volta compresa e riconosciuta la violenza:

“E’ PERICOLOSO LASCIARE UN VIOLENTO”.

C’è un’UNICA SOLUZIONE, secondo la Steiner (da lei stessa adottata per salvarsi) e questa soluzione è quella che io, implicitamente, suggerisco nei miei racconti e monologhi sulla violenza di genere:

ROMPERE IL MURO

DEL SILENZIO

 Come si fa? Si URLA.

LA VIOLENZA SUBITA VA RACCONTATA A  TUTTI, DEVE DIVENTARE UN GRIDO D’AIUTO A:  FAMIGLIA, AMICI, COLLEGHI, VICINI, CENTRI ANTIVIOLENZA, FORZE DELL’ORDINE.

Care donne, ripeto qui quello che scrivo e dico sempre:

IL SILENZIO E’ UNA DOPPIA VIOLENZA, AMPLIFICA E RAFFORZA LA VIOLENZA, VI CHIUDE FUORI DAL MONDO, PERMETTE AL VIOLENTO DI CONTINUARE IL SUO AGIRE.  

FINO ALL’ULTIMO ATTO.

PENSATECI BENE.  IL  SILENZIO PUO’  UCCIDERE.

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80 euro a figlio. Donne #stateserene

Pubblicato 21/10/2014 da paroladistrega

renzi

Non è il primo premier italiano ad aver avuto questa folgorazione sulla via di Damasco. Prima di lui, l’ha avuta Letta. E prima ancora Berlusconi (nel 2005, mille euro ai nati dell’anno). E prima ancora… lasciamo perdere che è meglio.

Ciascuno ha sfornato un intervento con diverse modalità di applicazione, tetti massimi (ora  è 90 mila euro di reddito annuo), etc. Ma il succo del discorso è quello: dal 1° gennaio 2015 ci sarà il bonus bebè per chi finalmente si decide a procreare.

Lui. L’ha detto lui. Il premier. Alla Barbara della tv di Canale 5. Quella Barbara che chiede sempre agli ospiti di parlare chiaro e semplice, terra terra, perché c’è la Comare Cozzolina che ascolta (= la massaia limitata che non capisce).

E lui è stato chiarissimo: 80 euro alle neo mamme, per tre anni. Perché lui ha detto che sa cosa vuol dire comprare pannolini e pagare l’asilo. Lui lo sa.

E vedo-leggo molte donne esultare. E pure uomini: Caspita! In questo momento di crisi pazzesca, buttali un po’ via 80 euro. Tipo manna dal cielo. Una meraviglia. 

Ma io non vedo nessun aspetto meraviglioso. Vi dico quello che vedo (tanto so che riceverò email inorridite che mi accuseranno di non santificare la santa maternità). Io, che sono cattiva e sospettosa, vedo spuntare un BONUS  BEBE‘ come misura machiavellica, come strategia di marketing politico, come misura acchiappa-consensi di quella parte di cittadinanza da cui è necessario ed utile acchiappare. Infatti:

1. il BONUS nasce con perfetta tempistica in mezzo alla tensione “sentinelle in piedi” versus diritti dei gay  (nel frattempo, annullamenti a raffica delle trascrizioni di matrimoni gay): così il Governo lancia il suo bel messaggio facendo capire da che parte sta (quante volte le sentinelle hanno detto che i gay non possono avere figli, educare figli, crescere figli? Uno a zero per le sentinelle);

2. il BONUS è travestito da misura di Politica per le famiglie, per colmare lo scontento del Paese (diciamo disperazione,che rende di più): in realtà, è una “pezza” di politica assistenziale alle famiglie,  che non è neppure lontanamente paragonabile ai sistemi di WELFARE di altri Paesi europei, come la Svezia (dove vige un sistema che protegge e tutela i suoi cittadini “dalla culla alla tomba”);

3. il BONUS  protegge e tutela le neomamme.  E le già-mamme che decidono di non avere altri  figli perché ne hanno altri da crescere? Alle neo mamme si dà il bonus, alle mamme “vecchie” non si dà. Perché i pannolini dei bebè costano. Mentre le mutande, i pigiami, le scarpe, i vestiti, il pane, la pasta, la carne, la verdura, i libri, i quaderni, il dentista, l’ortopedico, la palestra, la piscina, gli antibiotici, l’aspirina, due videogiochi al supermercato… NO, quelli sono gratis. Solo per i bebè si fa lo sforzo di dare soldi.

Insomma, questa misura mi sa tanto di fumo negli occhi. Di edulcorante.

E c’è un altro aspetto che non mi piace. E probabilmente è quello che trovo più orrendo: IL MESSAGGIO IMPLICITO PER LE DONNE. Precisiamo: per me e per tante altre è esplicito. Per altre no (peccato).

E’ un messaggio che tenta di annullare anni di lotte femministe per l’autodeterminazione contro lo stereotipo donna-madre-casalinga. Infatti, come scrive anche Luisa Betti “pensa di risolvere la crisi riportando le donne a casa a fare i lavori di cura?”

http://bettirossa.com/2014/10/20/ma-davvero-renzi-pensa-di-comprarci-con-80-euro/

Insomma, l’ideona del bonus sembra ispirata al libro “Sposati e sii sottomessa”, quello che leggevano le “sentinelle in piedi” durante le loro manifestazioni pro famiglia perfetta.

Donne  #stateserene  

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IL CANCRO NON E’ UN GIOCO

Pubblicato 11/10/2014 da paroladistrega

NASTRO ROSA

 

Ottobre: il mese dedicato alla prevenzione per il cancro al seno. Fiocchi rosa per ricordare questa importante iniziativa per la lotta contro il tumore.

E nascono molte azioni originali per tenere viva l’attenzione: come l’iniziativa della LILT (Lega Italiana per la Lotta contro i tumori) di Massa Carrara, con l’associazione Mafalda di Massa, pertinente la creazione della sciarpa di lana rosa, lunga chilometri, creata dalle donne del luogo, coordinate dalla giornalista, scrittrice e poetessa Angela Maria Fruzzetti (sabato 8 novembre la sciarpa sarà misurata a Massa, per  battere il primato della sciarpa di Trento, lunga poco più di 3 km). Tutto ciò per sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti della campagna di prevenzione per il tumore al seno. Le donne aderenti all’iniziativa sono state molte: durante il loro lavoro a maglia (riunite in gruppi) si sono confrontate, hanno portato le loro esperienze, hanno condiviso emozioni profonde.

Oltre a queste iniziative così coinvolgenti ed empatiche,  poi ce ne sono di strane (per usare un eufemismo). Gira per esempio su Facebook il gioco  del “mi piace”: le donne aderenti a questa – chiamiamola  – iniziativa, scrivono nella loro bacheca “mi piace sul divano” o “mi piace sul tavolo” (o altre opzioni), senza specificare “che cosa” piace. Si riferiscono in realtà a dove preferiscono posizionare la loro borsa in casa. Tutto ciò dovrebbe portare gli uomini a chiedere “cosa ti piace?” con evidente doppio senso, a sfondo sessuale. Le sostenitrici del gioco dicono che questo serve a “sensibilizzare” sul tema della lotta al tumore (sensibilizzare chi? gli uomini? sono loro che dovrebbero fare la mammografia?)

Mi sono sforzata, giuro. Ma non colgo nessun parallelo e nessuna piccola attinenza tra il giochetto del “mi piace” a sfondo sessuale e il cancro. Sarà che ogni sera chatto con alcune amiche malate di cancro, dal nord al sud dello stivale. Sarà che ho visto il cancro negli occhi di persone amate. Sarà che non mi piace associare giochetti acchiappa-maschi con il cancro. Sarà che c’è la mia Amica Bionda che con il cancro non ci gioca. Lo combatte.

Tempo fa ne ho scritto qui, nel blog. Ho scritto di questa Amica conosciuta su Facebook, per caso, come spesso accade. Ho scritto della mia Amica Bionda, così da me soprannominata  per la sua chioma ondeggiante e luminosa. Quella chioma che cade ogni volta che lei si deve sottoporre a cicli di chemio. E in questi giorni sta facendo la c.d. “chemio rossa” (dal colore dei medicinali somministrati per via endovenosa). Una chemio tosta che porta ad effetti collaterali pesanti, come nausea e  vomito.  E perdita dei capelli. Ma lei rimane bella e luminosa, anche senza le sue chiome. Ricresceranno, come sempre, come le altre volte.

Ci scriviamo in chat, io e l’Amica bionda. Spesso. Cerco di darle forza, coraggio, anche se non credo che ne abbia davvero bisogno, perché lei è una guerriera, una tosta, una che non demorde.

Ecco. Credo che il mio impegno e quello delle altre donne nei confronti della campagna di prevenzione per il tumore al seno, potrebbe e dovrebbe partire da loro:  da quelle donne che stanno combattendo contro il cancro.

Dovremmo lasciar perdere i giochetti del “mi piace”.  Le sostenitrici del gioco ci riprovano ogni anno. E ogni anno sostengono che può servire a “tener viva l’attenzione sul problema”. Come? Un gioco a sfondo sessuale serve a sensibilizzare sulla prevenzione per il cancro?

Sappiate solo che la mia Amica Bionda non ama questo gioco. Forse le sembra una presa in giro. E secondo me, ha ragione. Questo gioco sembra porre il cancro su un piano di goliardia, di piacevolezza, di simpatia. Famose du risate…

No. Niente risate. Niente doppi sensi. Fate qualcosa di CONCRETO e lasciate perdere i giochetti.

Il CANCRO NON E’ UN GIOCO.

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SOLDATESSE

Pubblicato 06/10/2014 da paroladistrega
qelsi.it

qelsi.it

Nei social (soprattutto Facebook) gira la testimonianza di Jacques Berès, fondatore di Medici senza Frontiere, sulla situazione curda: http://www.retekurdistan.it/2014/10/04/siria-con-le-guerrigliere-curde-che-combattono-lisis/#.VDJmN2d_tBQ

E colpisce molto ciò che Berès riporta sulle donne armate curde, vere eroine combattenti, temute anche dall’ISIS (il c.d. nuovo Stato Islamico): “Almeno il 40% dei guerriglieri che ho operato in seguito a gravi ferite provocate da esplosioni, missili e bombe sono donne. Questa è una caratteristica unica nella regione. Le strutture della società sono laiche, il ruolo della donna qui è importante, a capo di ogni istituzione ci sono generalmente un uomo e una donna, una visione nettamente in contrasto con la misoginia tipica di queste zone del Medioriente e soprattutto che cozza con la visione integralista che vogliono imporre i seguaci del Califfo. Sono stato a un chilometro dal fronte di battaglia con l’ISIS. Ho visto molte donne guerrigliere e anche giovani respingere gli assalti dei jihadisti con armi modeste.”

Da questa notizia (non nuovissima, perché sapevamo dell’esistenza delle donne curde armate, ormai da un po’ di tempo) nascono commenti ed opinioni di donne sul tema delle “DONNE NELL’ESERCITO” (comprendendo nelle discussioni, eserciti nazionali o gruppi partigiani di resistenza).

Le femministe storiche non amano l’idea delle armi e della donna nell’esercito, rifiutando in tal senso un modello maschile di “risoluzione dei conflitti”.

C’è un rifiuto delle armi e della violenza come problem solving di tensioni sociali, culturali, economiche.

C’è un rifiuto delle donne nell’esercito, considerando il tutto come una “ripetizione” degli errori al maschile.

Quindi: le donne devono e possono risolvere in modo alternativo e diverso la società e la cultura, perché  volere la parità dei diritti-doveri  non significa cerca di imitare i lati peggiori e distruttivi del mondo maschile.

Condivido questo pensiero.

 MA.  C’è un MA.

Come ho scritto nel gruppo FEMMINISTE di Facebook  – come commento al post di una giovane soldatessa, che sollecita l’arruolamento di donne nell’esercito italiano – deve esistere una “via di fuga”, una “via di emergenza” rispetto al pensiero di fondo, a quello che poniamo come uno dei “principi etici”  del femminismo.

La “via di emergenza”, secondo me è la seguente: non si può dire in senso assoluto che le donne rifiutano le armi e l’esercito.

Facile dirlo in tempo di pace.

Facile dirlo se non stiamo vivendo la situazione delle donne curde.

Facile dirlo se non siamo sottoposte alla minaccia di RAPIMENTI, STUPRO, MASSACRO da parte di fanatici organizzati in esercito.

Se fossimo nelle donne curde, rifiuteremmo l’uso delle armi?

Se fossimo nelle donne curde, attenderemmo in santa pace di essere stuprate e vendute come schiave?

Se fossimo nelle donne curde, non difenderemmo le nostre madri, sorelle e figlie?

Io sono contro le armi:  tutte, sia ben chiaro. Proprio non ne sopporto neppure la vista. Odio anche la caccia, figuriamoci se tollero l’uso delle armi in “normali condizioni di vita”. Ma non sempre e non in tutto il mondo, esistono “normali condizioni di vita”.

La violenza fa parte dell’uomo, da sempre.

Certo, sarebbe bello contrastarla civilmente, combatterla con le parole, le azioni positive, il confronto, il dialogo costruttivo. Ma ci sono momenti storici e contesti culturali dove la PAROLA non basta a garantire la sopravvivenza di sé e del proprio gruppo sociale. Ci sono eventi più grandi delle buone intenzioni delle donne. Purtroppo.

Io ammiro quindi le donne curde: stanno dimostrando al mondo intero una forza, una determinazione, una capacità organizzativa incredibile. Non sono donne di eserciti occidentali, finanziati e strutturati: sono al livello di partigiane sulle montagne, nel senso che gli arruolamenti e gli addestramenti avvengono in situazione di emergenza.

Ricordate le nostre partigiane?

Sì, c’è chi sostiene che alcune combattevano senza armi. Ma senza armi il nazismo e il fascismo sarebbero sopravvissuti. Purtroppo le guerre non si fanno con le parole, il sangue non si lava con le parole, le teste e gli arti mozzati non si  “ricuciono” con le parole.

Pur odiando le armi, mi chiedo quindi cosa farei di fronte al pericolo di violenza e morte: credo che il mio ”spirito di sopravvivenza” sarebbe più forte di qualsiasi altro spirito, volontà e buona intenzione.

Sono femminista e il femminismo odia le armi. Ma ama le donne.

Quindi, credo che – in fondo – le amiche femministe comprenderanno la difficile e terribile posizione delle donne armate curde: hanno scelto di combattere. Per sopravvivere.

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IL FEMMINISMO “CHIC & BON TON”

Pubblicato 01/10/2014 da paroladistrega
Sfilata Chanel PE 2015  Grazia.it

Sfilata Chanel PE 2015 Grazia.it

Ovviamente ho usato un titolo provocatorio. Non esiste il “femminismo chic & bon ton”. E’ un ossimoro.

Perché il femminismo è un modo di pensare-essere-vivere e ce l’hai dentro fin dalla culla. Io ce l’avevo dentro anche nella vita precedente, quando ero strega e mi hanno bruciata sul rogo.

Tentano di lavartelo e levartelo di dosso, fin da quando sei piccola: mettendoti in braccio la Barbie, Cicciobello pappa, le culle e le cuffiette delle bambole, i servizi di piatti per bambine, le gonnelline a ruota e le scarpine con i fiocchi. Tutto rosa.

Tentano di lavartelo e levartelo di dosso anche quando inizi a porre domande, a leggere: ecco i libri romantici ed edulcorati (ma io rubavo i libri dei grandi, li leggevo di nascosto e mio padre mi lasciava fare).

Poi, pian piano, ti ribelli.

Inizi a capire che esiste un qualcosa dentro di te che deve affiorare: sei tu. E’ la tua identità di persona e donna. E nessuno può dirti come devi essere. Nessuno può dirti come devi pensare.

Inizi a capire che il rito di sparecchiare e pulire per terra non è necessariamente da “femmine”.

Inizi a capire che se hai voglia di giocare con i soldatini è giusto farlo.

Inizi a capire che forse quel colore rosa non ti piace. Magari preferisci l’azzurro. O il rosso, come il fuoco.

E ti differenzi da quella che è tua madre. Perché poi nell’adolescenza non vuoi essere come lei, con il suo tubino bon ton e la collana di perle. Vuoi essere altro. Più libera. Nei vestiti, nei gesti, nel modo di parlare, nelle scelte stupide e in quelle importanti.

E cerchi di “determinare” ciò che sei e ciò che vuoi.

E’ un percorso bellissimo, ma non riesce proprio a tutte. Peccato.

E’ un percorso profondo, fatto di discussioni, litigi, continui confronti. Soprattutto con tua madre.

E poi con gli uomini, tutti quelli che incontri sul tuo cammino: perché ci saranno quelli che capiranno e quelli che odieranno il tuo modo di essere, vedendo in te un pericolo, una minaccia al loro “essere maschi”.

E’ un percorso unico, personale, soggettivo ma al contempo condiviso e condivisibile con altre come te.

Peccato che negli ultimi tempi (più di ieri) questo percorso venga stravolto: oggi le giovanissime si trovano davanti degli input sul Femminismo… un po’ troppo costruiti.

Della serie: “salta sul carro, dai che fa figo (figa). Salta sul carro, che è quello vincente. Diventa anche tu femminista che fa tanto Emma Watson sul palco delle Nazioni Unite con il vestito bon ton…”

E c’è addirittura il mondo dorato della moda che fa “sfilate femministe” con modelle da urlo, perfette e bellissime, tutte vestite Chanel (sfilate Primavera Estate 2015).

http://www.grazia.it/moda/tendenze-moda/chanel-pe-2015-boulevard-chanel-sfilata

Io – lo sapete – sono sempre un po’ rompiscatole e sospettosa, come tutte le Streghe d.o.c. E mi sorge dunque un sospetto: sarà che quel bravissimo esperto di moda-immagine di Karl Lagerfeld stia cavalcando l’onda?

Quella della nuova moda (non solo quella dei vestiti, anche quella delle idee) fatta di un NUOVO MODELLO DI DONNA: okay donne. Volete parlare di PARITA’ DI GENERE? Volete parlare di LOTTE FEMMINISTE? Allora fatelo con discrezione, eleganza, fascino, sorrisi e baci. Profumatevi e siate femminili. E poi vestitevi Chanel. In questo modo, con una bella ripulita al FEMMINISMO STORICO, brutto, sporco e cattivo, magari il mondo dei maschi vi starà a sentire.

Perché vestite Chanel si può far di tutto: anche sfilare con cartelli femministi.

Quando ho scritto nelle bacheche di Facebook il mio NO alla campagna “HE for SHE” lanciata da EMMA WATSON (vd il suo discorso alle Nazioni Unite),  temevo proprio questo: l’avvento di un neofemminismo che sarà sostenuto dalle giovanissime e giovani.

Un neofemminismo che chiede al Principe azzurro di aiutare la Principessa in difficoltà: Lui per Lei (qualche mia amica, giustamente, suggeriva anzi “He with She”).

Un neofemminismo molto bonton, molto chic, molto borghese, molto ripulito ed edulcorato che può piacere agli uomini.

Un neofemminismo che si contrappone a quello vecchio e ammuffito, quello delle battaglie storiche, quello delle grida e delle donne arrabbiate.

Ora non è più ammissibile quel femminismo: è pericoloso.

Ci sono anche troppi attentati alla famiglia, alla maternità, ai vari cardini della società: ci mancherebbero altre manifestazioni femministe. Magari contro la violenza di genere, tutte arrabbiate nere, tutte nelle piazze.

Ci mancherebbe altro.

Facciamo allora che tutta la RABBIA si risolva in un chiedere gentilmente aiuto agli uomini. E magari chiediamolo vestite Chanel.

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Parti di lui

Sono un Dugongo spiaggiato.

PALESTINE FROM MY EYES

Generating a fearless and humanising narrative on Palestine!

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BARBARA GIORGI

BARBARA GIORGI

BARBARA GIORGI

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È un gesto concreto dedicato a tutte le donne vittime di violenza.

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Laboratorio di libero pensiero e azione politica

il ricciocorno schiattoso

ci sono creature fantastiche, ma è difficile trovarle

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