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Tutti gli articoli per il mese di dicembre 2014

BUON DUEMILAQUINDICI !

Pubblicato 31/12/2014 da paroladistrega

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Auguro BUON  DUEMILAQUINDICI alle amiche e agli amici, in ciccia e virtuali.

A chi mi vuol bene e a chi mi vuol male.

A chi brinderà in compagnia, a chi brinderà da sol*, a chi riderà, a chi verserà qualche lacrima.

Lo auguro all’uomo della mia vita (che è tosto, perché mi sopporta).

E lo auguro pureammè… perché mi voglio bene.

Auguri di CUORE  a tutt* !

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“DARESTE UNO SCHIAFFO A UNA BAMBINA?”

Pubblicato 28/12/2014 da paroladistrega

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Ho  visto il video “Dareste uno schiaffo a una bambina?” , realizzato con un gruppo di ragazzini (maschi), intervistati da un adulto. Sono poste domande generiche ai ragazzini dalla voce fuori campo. E si notano le loro reazioni allegre, spensierate. Poi arriva una ragazzina. Dopo altre domande, centrate adesso su di lei (es: falle una carezza, fai una smorfia), si chiede ai ragazzi di darle uno schiaffo.

I ragazzi cambiano espressione: sembrano scossi, meravigliati, sconcertati. E dicono tutti di no, con diverse motivazioni (alcune, certo, un po’ vecchio stampo e paternalistiche, ma sono bambini educati dalla nostra cultura, da noi).

http://video.repubblica.it/cronaca/dareste-uno-schiaffo-a-una-bambina-le-reazioni-dei-bimbi/187502/186407

Ciò detto, vorrei scrivere qualcosa anch’io su questo video, soprattutto in risposta a quelle femministe che nei social (Facebook in primis) lo attaccano come amazzoni in guerra. Perché a me questo video, PIACE.

Cosa viene criticato di questo video? Queste le “accuse” principali che leggo:

1) è un video “costruito”

2) è un video intriso di cultura patriarcale e paternalismo

3) la bambina è passiva e non ha ruolo attivo.

Allora, vado per ordine:

1) Il video è “costruito”, cioè guidato, organizzato,  come ogni situazione di studio in ambito educativo. Io sono formatrice e lavoro nelle scuole. Quando (per esempio)  si creano situazioni  di role playing, logicamente si attribuiscono ruoli, si pongono domande “guidate”. Vi aspettavate che il video avesse la sceneggiatura e la regia di un bambino di dieci anni? Non mi risulta che accada mai.

2) la cultura patriarcale la respiriamo tutti e tutte, voi comprese, me compresa. Quindi pretendere che dei ragazzini possano rispondere nel modo perfetto che volete voi, mi pare alquanto assurdo. Le loro risposte sono “intrise di cultura patriarcale” perché siamo stati NOI AD EDUCARLI COSI’. Volevate forse delle risposte scritte da voi, pianificate a tavolino e imparate a memoria da questi ragazzi? Questo video può costituire un ottimo (sottolineo ottimo) spunto di esame di coscienza per noi. Potrebbe, per esempio, essere sottoposto a degli studenti nelle scuole superiori, chiedendo loro delle risposte alternative e meno “patriarcali”.

3) La bambina è non attiva e c’è un ovvio motivo. Quando in una situazione umana ci sono due o più soggetti, esistono degli input (stimoli)  dati da una parte e degli output (risposte) date dall’altra parte. Se cambiamo gli input, sono modificati ovviamente anche gli output. Qui l’oggetto di studio erano le REAZIONI DEI RAGAZZI: se la ragazzina avesse detto o fatto qualcosa, interagendo o protestando, sarebbero ovviamente state condizionate anche le risposte dei ragazzi. Qui, invece, si voleva cogliere la loro immediatezza e  spontaneità.

Per chi avesse dubbi poi sulla validità del mio pensiero: so riflettere sufficientemente sui comportamenti umani, per motivi di studio e professione. Cosa che inviterei a fare, prima di condannare qualsiasi iniziativa attuata contro la VIOLENZA DI GENERE.

Ma si sa, va di moda fare le femministe incazzate (basterebbe fare le femministe impegnate, ma sul serio). Chi urla di più, ha più spazio nel web. Ma non è detto che abbia ragione.

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CONTATTI   28  dicembre 2014:   47.700

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LA BEFANA SCIOPERA. LA MIA FAVOLA PER VOI.

Pubblicato 22/12/2014 da paroladistrega

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C’era una volta la Befana. Che c’entra – direte voi – la Befana? Ora? Adesso che viene Natale? Ecco. Appunto. La Befana non c’entra e non c’entrava niente con il Natale, con la Festa vera.

E proprio perché non c’entrava niente, si era scocciata. Sì. Si era stufata di non contare mai niente, di essere ricordata solo all’ultimo:  come quando ti invitano a pranzo, perché per caso avanza un posto a tavola.

Accadde. Accadde che quell’anno, come tutti gli anni, arrivarono le Feste: Natale con i regali di Babbo Natale, Santo Stefano (aridaje con un maschio), poi San Silvestro (appunto, sempre uomo). Tutti belli, frizzanti, goderecci, da fuochi artificiali. Tutti fighissimi: Babbo Natale in testa, con il vestito rosso fuoco,  la slitta e le renne.

Alla fine di tutte le feste importanti, arrivava lei: la Befana. Brutta, vecchia, secca, a zonzo con  la scopa (zozza e mezza bruciacchiata dalle discese nei camini delle famiglie felici). Il suo dovere – deciso da chissà chi e chissà perché – era quello di portare in regalo qualche calzetta rattoppata con dolcetti ai bambin*  e quintalate di carbone agli adulti  cattivi (solo gli adulti sono cattivi, i bambini mai, ovvio).

Accadde che un giorno la Befana si scocciò. Nella sua casetta di legno e sassi nel bosco, guardava la tivvù: era esattamente una settimana prima di Natale. E in tivvù  vedeva le pubblicità per i regali di Natale, vedeva le immagini con gli alberi di Natale… ma soprattutto vedeva ovunque film da latte-alle-ginocchia con il solito stucchevolissimo Babbo Natale: panzuto, bello, fiorente, barbuto.

Non si sa perché, ma la Befana iniziò a farsi un bel bilancio di vita degli ultimi secoli.

Lei era nata come una sorta di strega che premia-punisce. E questo poteva pure starle bene: in fondo, lei sapeva di essere strega, ribelle e anche molto rompiscatole. Ma non le andava giù il fatto che altri avessero stabilito che dovesse essere brutta-secca-zozza, un po’ cattiva, temuta dai bambini. Ma ancora di più, non le andava bene di dover arrivare sempre dopo una miriade di feste: lei era identificata, in fondo, con l’unico giorno triste delle vacanze. Quello che chiude tutto e riporta verso la realtà: i problemi, il lavoro, le tasse da pagare, la visita dal dentista, la marmitta da sostituire, la lavatrice rotta.

La felicità della festa era Babbo Natale. Lei era identificata con la tristezza dell’avvicinarsi del quotidiano.

“Ennò – disse la Befana –  “Ora basta. Ora sciopero. Si accorgeranno che anch’io conto qualcosa.”

Dopo tutte le feste comandate, arrivò il 6 gennaio. Ma la Befana aveva preso la scopa e se n’era andata alle Maldive, senza carbone e senza calze con i dolciumi. Si era portata solo il costume da bagno.

Il mondo attese per ore il suo arrivo. I bambini attesero invano le calze. Gli adulti non ebbero carbone. Tutti rimasero tristi in attesa della Befana. Arrivò sera e lei non si era fatta vedere. Non c’era.

Così, le feste erano praticamente finite un giorno prima: la tristezza invase pian piano le strade e le case. E tutti iniziarono a capire che senza la Befana che li riaccompagnava dolcemente verso il quotidiano, era dura chiudere con le feste.

E videro finalmente la realtà delle cose: mentre Babbo Natale creava illusioni, regalava sogni effimeri, abbagliava con il rosso del suo abito…  la Befana vestita di grigio, sporca nei suoi abiti consunti, riaccompagnava alla verità della vita.

Sì, capirono che la Befana aveva un grande valore: senza di lei, c’era il rischio di vivere nelle illusioni della festa. Senza di lei, c’era il rischio di continuare a sognare tra luci finte e Babbi Natale impiccati ai terrazzi.

La Befana era il necessario ritorno alla realtà, addolcita con le sue calze ripiene di caramelle e cioccolato.

La Befana era lì, sempre pronta ad aiutare a rientrare nel quotidiano, liberando dalle illusioni delle feste.

Lo capirono tutti i bambini. Gli adulti un po’ meno. Ma si sa: gli adulti non hanno la mente aperta dei bambini. Che si addormentarono sognando la Befana e chiedendole scusa per l’egoismo degli adulti.

Buone Feste a tutte le aspiranti e apprendiste Befane-Streghe che vivono aderenti alla realtà e aiutano gli altri a svegliarsi dalle favole ( ah… la Befana vi saluta dalle Maldive)  

CIAO STREGHE!  AUGURI A TUTTE!

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CONTATTI   22  dicembre 2014:   47.450

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LA “VIOLENZA SPICCIOLA”

Pubblicato 19/12/2014 da paroladistrega

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La “violenza spicciola” subita dalle donne.  Sì, quella quotidiana, quella che prendiamo in pillole amare, ogni santo giorno. E’ sempre VIOLENZA DI GENERE, ma non è fatta di calci e pugni, non è fatta di stupro, non è fatta di atti violenti  evidentissimi. E’ subdola, sottile, strisciante: come un SERPENTE. Morde: dà veleno alle nostre giornate. 

Ce la ritroviamo nelle parole sprezzanti al lavoro, quando ci dicono “torna ai fornelli”.

Ce la ritroviamo per strada mentre guidiamo e ci urlano “troia”.

Ce la ritroviamo mentre camminiamo tranquille per le strade del centro e ci dicono strafottenti “bona, cosa ti farei…”

Scrivo questo post oggi, vicino a Natale, perché non sono fatta di #buonismo. Io sono tagliente come una lama e sono arrabbiata.

Accade che ieri ho pubblicato un post nella mia bacheca Facebook, su un episodio accaduto in un negozio della mia città, ad una ragazza che lavora lì come commessa. Un signore l’ha offesa davanti a tutti, dicendole che è “brutta, grassa, sovrappeso, con la pancia gonfia”. Io non ero presente: mi ha raccontato tutto lei. Questo il mio post su Facebook:

“VIOLENZA SPICCIOLA. Oggi entro in un negozio di abbigliamento. Uno di quelli che frequento da un po’, dove le commesse mi danno del tu, mi dicono ciao, mi chiedono come va. Mi fermo a guardare un abito. Lei si avvicina. Lei è bionda, occhi azzurri, bella e solare, poco più che ventenne: sembra la Venere di Botticelli. Lavora lì, in quel negozio.
Con le lacrime agli occhi mi dice: “ho un nodo in gola, da stamani, non ce la faccio più…” La guardo e le chiedo il perché.
“Perché un cliente, un uomo di una certa età, mi ha detto che sono brutta, grassa, sovrappeso, che ho la pancia enorme e sembro incinta”.
Credo di aver smesso di respirare due o tre secondi. Perché la rabbia fa anche questo effetto.
In quel momento, avrei voluto avere lì, davanti a me, quel “signore” per potergli dire mille cose tremende. Ma c’era lei, la Venere di Botticelli, bella e con le lacrime agli occhi. Dovevo pensare a lei. E ho radunato tutti i pensieri possibili, tutte le parole possibili per farla sentire bella, come è realmente. Con quelle forme di donna, con quell’armonia di lineamenti, con quell’azzurro degli occhi. Quegli occhi disperati di chi si sente offesa, criticata, valutata, soppesata: carne da macello.
E mi viene da pensare a tante, quasi tutte noi, che subiamo queste “violenze spicciole” (eufemismo) ogni santo giorno: da “troia” quando guidiamo, a “torna in cucina” quando lavoriamo in ufficio, a “bona, cosa ti farei” quando camminiamo per strada.
E mi viene da pensare a quanti uomini stronzi esistono al mondo. Non tutti, ma molti.”

Ecco. Questo era il post, che poi ho  anche pubblicato in bacheche di gruppi facebook, per far conoscere un brutto episodio di “violenza spicciola”.

Ma mi hanno meravigliato alcuni commenti di uomini e  – ahimè – di donne che giustificano il “signore” dell’episodio, riconducendo tutto ad uno scherzo, colpevolizzando invece la ragazza classificandola come una donna senza valori, una sorta di stupidina che dà importanza solo all’aspetto esteriore, una senza carattere che non sa reagire.

Ma che tristezza! Ma che rabbia!

In questi “taglia e cuci” intrisi di cultura patriarcale non si considera neppure l’impossibilità della ragazza di poter reagire, visto che era sul luogo di lavoro e non poteva certo controbattere in modo risentito al cliente del negozio. Non si considera la sua eventuale timidezza o stato d’animo. Non si considera se il fatto di essere offesa davanti a molte persone le abbia causato problemi nel realizzare una risposta immediata ed efficace. Non si considera nulla, perché – come sempre – la colpa è delle donne. E pure le donne danno le colpe alle donne. L’uomo, il “signore”, ne deve uscire immacolato. Lui scherzava. E ridendo e scherzando, noi siamo quelle che dobbiamo sempre subire.

Però.

Però vorrei dire una cosa a quelle donne che giustificano sempre e comunque gli uomini: c’è ancora tanto da fare, soprattutto tra noi donne, per far capire e interiorizzare bene cos’è la violenza verbale di genere (anche quella “spicciola” e quotidiana). Non esiste solo la violenza dei calci e pugni: esiste anche la violenza sottile, subdola, quotidiana che subiamo. Se non prendiamo atto del problema, non possiamo neppure più parlare di “problema”. E dico alle donne di cui sopra: quando vi dicono “troia” per la strada, allora non lamentatevi. Perché quando offendono una di noi, ci offendono tutte: se non provate empatia per quella ragazza, non potete pretendere empatia nei vostri confronti.

E finché non capite questo non capirete un tubo della violenza di genere. In tutte le sue forme ed aspetti. Buon Natale.

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CONTATTI   19  dicembre 2014:   47.443

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VITTIME DI VIOLENZA. STATO PERMETTENDO.

Pubblicato 18/12/2014 da paroladistrega

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Ho letto che il Governo ha intenzione di fare cose meravigliose per la lotta alla violenza di genere. Esattamente, il Dipartimento delle Pari Opportunità ha stabilito la possibilità di una CONSULTAZIONE PUBBLICA per il PIANO STRAORDINARIO CONTRO LA VIOLENZA SESSUALE E DI GENERE.

http://www.pariopportunita.gov.it/index.php/primo-piano/2562-piano-dazione-straordinario-contro-la-violenza-sessuale-e-di-genere

Praticamente, si possono esprimere opinioni sulle misure proposte nella consultazione.

Poi però leggo anche che lo stesso Governo (medesimo tale e quale), depenalizza i c.d. reati minori, tra cui: stalking, minaccia, percosse e lesioni personali “semplici”, violenza privata.

http://www.dols.it/2014/12/16/addio-anche-al-reato-di-stalking/

Fatemi capire: bastone e carota? E’ così che ci trattano? Da una parte ci fanno sperare, dall’altro ci tolgono la speranza? Oltretutto, leggo anche che le referenti dei Centri antiviolenza hanno lasciato il tavolo di discussione del Piano straordinario. Quindi non è una gran bella speranza. Per niente.

Ciò detto. Ma questo minestrone, “metto e tolgo”, un pizzico di zucchero e un po’ di fiele… a cosa serve?

No, perché i progetti fumosi di certa politica ormai li fiutiamo più che bene. E siamo stanche. E siamo stufe. Di essere prese in giro, di essere usate per propaganda, di fare i kleenex. Di essere considerate stupide. Perché non lo siamo, per niente.

Non oso immaginare come potrà sentirsi una donna vittima di minacce o stalking o forme di violenza non evidenti-eclatanti, nel momento in cui non potrà fare nulla per tutelarsi.

Già ora, in molte, mi dicono: “ma tanto la denuncia non serve a niente”. Ecco. Ora l’impossibilità di presentare denuncia servirà invece ad incentivare un certo tipo di violenza, quella ritenuta “minore”, più sottile, più subdola.

Quella violenza che non ti fa a pezzi le costole, che non ti rompe il setto nasale, che non ti fa sanguinare i polmoni, che non ti spacca incisivi e canini.

Quella violenza che non ti taglia la gola, che non ti soffoca in un sacchetto di plastica, che non ti buca la testa con un colpo di pistola o fucile.

Quella violenza fatta “ad arte”.

Quella violenza fatta di pedinamenti, telefonate, parole minacciose e di “percosse e lesioni semplici”.

Quella vince.

Cioè: se qualcuno ci offende o picchia o perseguita, tutto fatto in modo soft-lieve-semplice-accettabile, sono cavoli nostri.

Bravi. Bella mossa. Un colpo da maestro.

Del resto, è solo il gesto finale della “piramide della violenza” che fa scalpore (leggasi femminicidio): semina panico collettivo, disgusto a pranzo durante il tiggì, disapprovazione sociale. Tutto il resto (o almeno ciò che è reputato di “lieve entità”) passa inosservato, silente, non osservabile-criticabile sulla pubblica piazza.

Quindi, ecco il colpo da maestro: si tutelano le “vittime di violenza” solo in determinati ambiti e tutto il resto si depenalizza per abbattere costi e problemi.

Come sempre, si è spostato il centro dell’attenzione  e dell’interesse: la “vittima” è vittima  solo quando lo stabilisce lo Stato. Se vuole lo Stato.

E ora –  noi DONNE –  che intenzioni abbiamo?

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CONTATTI   18  dicembre 2014:   47.392

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LE UNE PER LE ALTRE

Pubblicato 02/12/2014 da paroladistrega

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Il 25 novembre abbiamo ricordato la GIORNATA INTERNAZIONALE della lotta alla VIOLENZA DI GENERE. E dopo pochi giorni,  vediamo oltre 200 “like” per un post in una bacheca di Facebook che dice : ”Sei morta troia”. Scritto da un uomo che ha ucciso la ex moglie. Da notare che la maggior parte dei “like” risulta successiva alla notizia del femminicidio (che girava ovunque).

http://www.ansa.it/campania/notizie/2014/11/30/uccide-lex-moglie-a-coltellate_ec23e091-98a2-4841-86ad-ba87ae886c20.html

A che serve  proclamare giornate di lotta alla violenza di genere? A che serve se poi vediamo dilagare un odio, una misoginia, una cultura della violenza, un implicito (o esplicito) incitamento al femminicidio? Like. Gente a cui piace la violenza o la minaccia di violenza  o l’idea della violenza di genere.

L’ho detto e ridetto: c’è da lottare ogni giorno. L’ho detto e ridetto: non dobbiamo farne passare mezza. Perché lo schifo te lo ritrovi ogni giorno sotto il naso. E nessuna di noi, oggi, può permettersi di dire “non mi riguarda”.

La VIOLENZA DI GENERE riguarda tutte:  dalla prima all’ultima, dalla più anziana alla più giovane, senza distinzione di etnia-cultura, di appartenenza politica,  di titolo di studio, di professione-lavoro. Tutte. Ci riguarda tutte.

E non solo perché  NESSUNA DI NOI  E’ AL SICURO dalla violenza di genere (l’azione  violenta capita in famiglia, capita per strada, capita ovunque), ma anche perché ciascuna di noi deve sentire l’OBBLIGO MORALE DI INTERVENIRE, aiutare, sostenere le altre donne in pericolo. Non importa essere psicologhe o operatrici di centri antiviolenza: certo, le professioniste fanno il loro lavoro e lo fanno bene. Ma qui si tratta, come DONNE, di dire “basta” nel quotidiano, ogni volta che vediamo o sospettiamo situazioni di violenza di genere. Dalla vita reale a quella virtuale (che è reale pure quella, molto reale).

L’OBBLIGO MORALE. Già, quello. Quello che deve farci ribollire il sangue quando vediamo o veniamo a sapere che una nostra sorella subisce VIOLENZA. E questo “ribollire il sangue” lo dobbiamo sentire tutte. Per forza. E’ un nostro dovere di esseri umani, donne, sorelle, madri, figlie, amiche. LE UNE PER LE ALTRE.

Sì, certo. So che ci vorrebbe una legge idonea sul femminicidio (e non quella attuale). So che servirebbe un’educazione e rieducazione dei generi. So che servirebbe un’evoluzione culturale. Ma nel frattempo? Crediamo che tutto questo si possa ottenere ora? Subito? Non è così. Non raccontiamoci favole.

E allora, nell’attesa che si fa? Cosa facciamo noi donne? Noi normalissime donne?

Abbiamo solo una possibilità: dobbiamo cercare di vivere, applicare, diffondere una CULTURA della NON VIOLENZA DI GENERE. Ciascuna di noi: con le proprie possibilità, con i propri mezzi, con le proprie capacità. Sì, almeno noi donne cerchiamo, una volta per tutte, di essere unite e combattere lo schifo dilagante della VIOLENZA DI GENERE e del FEMMINICIDIO.

Non facciamoci prendere dal timore di essere considerate bacchettone, femministe, rigide-frigide, rompipalle.

Interveniamo. Parliamo. Contrastiamo. Diciamo “no!”: anche di fronte a una sola frase. Certo, condannare-criticare una frase violenta non risolve la VIOLENZA DI GENERE, ma certo ne ostacola il cammino, l’evolversi, la capacità di contaminare e diffondersi. La violenza di genere è un male pericoloso, radicato e sempre più forte e presente: contrastarla è nostro diritto e dovere.

Poniamoci il problema di essere sempre in prima linea: perché questa, care donne, è una guerra e va combattuta con tutta la forza, la rabbia e la dignità che abbiamo in corpo.

LE UNE PER LE ALTRE.  E’ l’unica ancora di salvezza.

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CONTATTI   2  dicembre 2014:   47.098

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BARBARA GIORGI

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BARBARA GIORGI