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Tutti gli articoli per il mese di febbraio 2015

LE MADRI E LE “NON MADRI”

Pubblicato 23/02/2015 da paroladistrega

Vorrei riflettere su questa DICOTOMIA. In realtà, ci rifletto da quando sono nata. Perché a me, la maternità come simbologia-valore-essenza-perfezione-valoreassoluto non mi ha mai convinta. Neppure un po’.

Non sono madre per scelta: lo dico subito, così ci leviamo il pensiero. Sposata da anni, ho scelto la non-maternità. E – stranamente – sono rimasta donna. Sì, donna in tutto e per tutto: con utero, ovaie, seno, emozioni a palla, voglia di esistere e dire la mia, desideri e sogni, rabbie e realtà.

Donna. Come tutte le altre.

Accade spesso che io ritorni su questo tema della maternità. Perché mi punzecchiano, mi provocano.

Tipo una certa frase del discorso femminista di Patricia Arquette nel ricevere l’Oscar 2015 come miglior attrice non protagonista del film Boyhood: Tutte le donne che hanno partorito, tutte le cittadine e le contribuenti di questa nazione: abbiamo combattuto per i diritti di tutti gli altri, adesso è ora di ottenere la parità di retribuzione una volta per tutte, e la parità di diritti per tutte le donne negli Stati Uniti”.

Ecco. L’incipit è PER LE DONNE CHE HANNO PARTORITO. Perché ? Perché il film parla di un ragazzino figlio di separati? E che c’entra? Se si parla di FEMMINISMO a 360°, mi spiegate che cappero c’entra specificare subito la dicotomia MADRI – NON MADRI?

Non è ricadere, noi per prime, nella distinzione, separazione, classificazione delle donne?

Madri, sante, puttane, casalinghe….

Sarei un po’ stufa. Non so voi.

Sì, sarei stufa. Certo, anche come DONNA NON MADRE.

Sarei stufa di dover sempre essere tra quelle che vengono dopo: perché, non avendo avuto 9 mesi di gravidanza, parto e dolori da parto, allattamento, pappe, culetti da pulire, vomitini da disinfestare, amoredimamma, amoredipapà, dimmi la parolina bella, guarda che gattona, guarda che fa i primi passi… ecco qui che dovrei contare quanto un due di picche.

Con tutto il rispetto per chi sceglie di procreare (tutto il rispetto),  io non ci sto a far parte di categorie, classi, seconde file da ballerina sfortunata.

Non ci sto ad essere classificata come “meno donna” o “meno femmina” perché non ho dato alla luce la quintessenza dell’universo.

E certo che parli così: non sei madre!”

“Porella… non sai le gioie della maternità…”

“Noi donne che diamo la vita agli uomini, alla terra, alle galassie tutte, all’universo”

“Noi uterate che usiamo l’utero in modo uterino…”

Bah.

Da non-madre leggo, osservo, guardo con stupore queste celebrazioni di beatitudine e santificazione.

Lo stupore di chi non vive questa condizione di Perfezione auto-celebrata e socio-celebrata.

Lo stupore di chi si sente LIBERA da classificazioni e condizionamenti e inquadramenti.

Né santa né puttana. Né madre, né non-madre.

Donna e basta.

Cara la mia Patricia, se dicevi “tutte le donne, tutte quante”…   era meglio.

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L’HIJAB COME CAPRO ESPIATORIO

Pubblicato 18/02/2015 da paroladistrega
teallamenta.blogspot.com

teallamenta.blogspot.com

L’ISIS dichiara guerra all’Italia e scatta l’ansia collettiva.

Stato d’animo comprensibilissimo, visto che Abu Bakr e compagnia bella non sono certo a giocare a Risiko o Monopoli, qua e là per il mondo. Anzi, vi dirò che mi viene da pensare alla famosa avanzata dell’Impero Ottomano in Europa e all’assedio e battaglia di Vienna del 1683  (però all’epoca non c’erano affaroni sugli  F35).

Mi risulta invece un po’ meno comprensibile il fatto che, dentro il calderone dell’ansia collettiva, si debbano prendere di mira persone che con l’Isis c’entrano come i cavoli a merenda. Tipo delle normalissime studentesse di religione islamica, che scelgono di indossare il velo. Che non è il burqa (coprente tutto il viso), né il niqab (si intravedono solo gli occhi). Ma è l’HIJAB,  quel velo che fa vedere tutto il viso: occhi, naso, bocca,  denti, lingua e gengive. Anche nei e brufoli.

Però, il preside di un polo scolastico in provincia di Udine, ne ha proibito l’uso in classe, per sicurezza del clima scolastico, per non creare situazioni di ulteriore scontro interculturale (uno studente islamico è stato picchiato da un italiano). Potete leggere qui:

http://www.corriere.it/scuola/15_febbraio_16/friuli-divieto-velo-islamico-in-classe-634123ac-b5e5-11e4-bb5e-b90de9daadbe.shtml?cmpid=SF020103COR

Questo divieto sarebbe da ricondurre al fatto che l’hijab è un SIMBOLO. Di che? Della loro cultura? Della religione e cultura islamica? No. Non lo è per niente. L’hijab è spesso e volentieri indossato o rifiutato per scelta personale. Siamo noi che lo vediamo come un simbolo del male, come qualcosa che allontana l’altr*  da noi, come un muro (di nostra ignoranza). L’obbligo del velo non è un dettato dell’Islam in generale, ma di alcuni specifici Paesi o  contesti familiari di immigrati, chiusi ed etnocentrici.

Dovremmo tener presente che l’Islam non è un solo-unico-omologato mondo religioso-politico-sociale. L’Islam è fatto di correnti, sfumature, percorsi principali e secondari, a seconda dei Paesi, dei momenti storici (basti pensare all’Iran), dei contesti, delle classi sociali, delle diverse interpretazioni e applicazioni del Corano. E pure del vissuto personale, diverso – ad esempio – tra un musulmano che vive nel Paese di origine ed un musulmano immigrato (con ulteriore differenza tra integrati o meno nella cultura di accoglienza).

Ma non teniamo presente nulla di questo.

Perché, in questo preciso momento storico-politico, ci servono CAPRI ESPIATORI: prendersela con un velo può aiutare ad esorcizzare le nostre paure ed angosce nei confronti di una cultura che consideriamo con timore. Ed è lì, tutto lì, l’errore. Noi vediamo in un velo l’intero Islam e – errore ancora più grande – vediamo nell’Islam tutto il pericolo dell’Isis.

Vorrei dire a coloro che criticano l’uso del velo islamico di non aver timore di un pezzo di stoffa.

Vorrei dire loro di temere e combattere le proprie paure nei confronti dell’Altro.

Paure che nascono dalla nostra ignoranza e dall’incapacità di vedere-conoscere-sapere.

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Buon compleanno al mio blog :)

Pubblicato 14/02/2015 da paroladistrega

happy b

Il 14 febbraio 2012 è nato il mio blog PAROLA DI STREGA.

E niente… volevo solo farvi sapere che sono contenta che oggi, dopo 3 anni esatti, abbia quasi 50.000 Views.

Buon compleanno al mio blog.

E grazie a voi di voler bene alla strega…

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QUARTIERI A LUCI ROSSE

Pubblicato 09/02/2015 da paroladistrega
La senatrice Lina Merlin

La senatrice Lina Merlin

Già la definizione mi fa schifo. Come se si dovesse segnalare un pericolo,qualcosa di immondo, schifoso, pericoloso, tossico. No. Non credo che metteranno luci rosse. Ma la simbologia c’è tutta.

E il sindaco Ignazio Marino ha fatto questa bella pensata per Roma, la città eterna: rendere istituzionalizzato ed eterno (possibilmente) il “diritto” maschio all’uso temporaneo di corpi di donne. http://www.huffingtonpost.it/2015/02/09/quartiere-luci-rosse-a-casa-multe-per-prostituzione_n_6642796.html?fbph&ncid=fcbklnkithpmg00000001

Corpi inseriti in c.d. “case chiuse”, alla faccia della famosa Legge Merlin (prima firmataria una donna, la senatrice Lina Merlin) che stabiliva la chiusura delle “case di tolleranza” e la fine dello sfruttamento della prostituzione. Era il febbraio del 1958. Oggi è il febbraio del 2015. E si torna indietro peggio dei gamberi.

Ma cos’è la PROSTITUZIONE? Perché, prima di parlare di “case chiuse” sì o no, c’è da intendersi sul “fenomeno” o “fatto sociale”.

C’è chi la definisce ancora come il “mestiere più antico del mondo“: in questo modo, sembra un fenomeno talmente atavico da autolegittimarsi. Ancor più che atavico. Questa definizione sembra ribadire il carattere “innato” della prostituzione all’interno di qualsivoglia società umana. Quindi la rende fenomeno non sradicabile, non eliminabile: come se facesse parte del nostro Dna, quello umano. Come avere due braccia e due gambe. Come avere due occhi e un naso.

C’è invece chi, come me, la considera il “commercio più antico del mondo“: corpi in cambio di denaro. Annullamento di sé per mezz’ora, un’ora, in cambio di un tot. Puoi fare di  me ciò che vuoi: in quel momento mi rigiri come un calzino. Sì, vabbè, la mia anima è altrove, penso all’auto rotta, alle bollette da pagare, al rata del dentista: lì c’è il mio corpo. Solo quello. Saltellaci su. Divertiti. Solo quello.

Solo quello? Ma cos’è un CORPO? Ossa, carne, vene, muscoli, organi. Cellule. Basta così? Non è altro? Non esistono emozioni? Distinguiamo tutto quello che c’è dal collo in giù, dal cervello? Dal locus delle nostre meravigliose emozioni? EMOZIONI: quelle che hanno anche gli animali, non solo noi. Ma loro non le vendono in pacchetti usa e getta. Gli animali non venderebbero mai i loro corpi, le loro emozioni, il loro essere. Non sanno cosa sia il mercato dei consumi. Noi sì, noi lo sappiamo.

E così, nelle case chiuse venderemo corpi come si vendono “cose” al supermarket. Corpi esposti, seduti qua e là, schedati, adeguatamente illustrati e pubblicizzati. Tutto dentro un supermarket del sesso a pagamento. Con l’intenzione di non dar troppo fastidio ai residenti dei quartieri vicini. Con l’intenzione di non far troppo rumore,  di star lì, come un monumento alla virilità, come un istituto di beneficenza per poveri membri maschili (presumibilmente frustrati o delusi dalle donne, perché la colpa è sempre nostra).

Un bel quartiere a luci rosse. Rosse. Come il colore del semaforo quando indica il pericolo.

E a quelle amiche che mi parlano di AUTODETERMINAZIONE, chiedo dove possa essere l’autodeterminarsi nel lasciar prezzare il proprio corpo, soppesarlo, valutarlo, osservarlo e sceglierlo. Come faccio io quando compro un oggetto. Come facciamo tutti quando compriamo cose.

Donne come oggetti, donne come cose. Da sempre, per sempre. La colpa è solo della cultura patriarcale? Oppure è anche nostra perché lo permettiamo?

“IO SONO MIA” che significa? Che lascio prezzare, soppesare, valutare il mio corpo? Che ne lascio fare un uso a terzi?

“IO SONO MIA”. Per me significa altro. Significa che il mio corpo non è valutabile come un bene di consumo. E’ il mio corpo: irripetibile, unico, assolutamente libero da qualsiasi legge di mercato, da qualsiasi forma di esposizione.

LIBERO da qualsiasi ZOO UMANO. 

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CONTATTI   9 Febbraio 2015:   49.729

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CARNE DA MACELLO

Pubblicato 06/02/2015 da paroladistrega

MACELLAIO

 

Stamani ho letto online che un mio commento su un articolo de LA STAMPA.IT è diventato il “commento del giorno” (definito così dal giornale online). Vedi Facebook:

L’articolo in questione espone il caso della modella ASHLEY GRAHAM, la prima modella “curvy” della rivista sportiva Sports Illustrated (numero speciale dedicato alle “bellezze” in costume da bagno).

http://www.lastampa.it/2015/02/05/multimedia/societa/ashley-prima-curvy-in-bikini-su-sports-illustrated-HuBS2NlbqKDuU0Iy6bh9TM/pagina.html

Non è l’articolo in sé a condurmi a delle riflessioni, ma piuttosto i VARI COMMENTI al medesimo.

Nel leggerli, viene un leggero conato, anche se ormai dovrei aver fatto il c.d. “callo” nei confronti di certe opinioni sessiste. Perché così va il mondo.

Ed è “normale”, quindi, leggere molti commenti di donne esultanti perché c’è la “rivincita” delle grasse-formose-curvy  versus  le magre-grissino-ossute. Ed in mezzo ai gridolini di gioia femminili di chi ha qualche chilo in più e si sente una Donna “rivalutata-accettata-dichiarata d.o.c” dall’Uomo,  ecco comparire il fiume in piena dei commenti al testosterone: ciascun maschio ha la sua preferenza, ovviamente.

C’è a chi piacciono le magre, c’è a chi piacciono le formose, c’è chi vuole toccare la ciccia, c’è chi vuole toccare le ossa. Come si fa dal MACELLAIO. Con i tranci di carne. Ed è lì che scatta il mio COMMENTO, inserito in mezzo al fiume di commenti all’articolo. E scrivo: “magra-grassa-curvy… ma la smettiamo di valutare le donne come tranci di bue dal macellaio? siamo Persone, non carne da macello”.

Ovviamente, c’è chi non è d’accordo e commenta al mio commento scrivendo addirittura che le magre sono donne “di prima scelta” e la grasse “di seconda scelta”. Amico mio (si fa per dire) così scrivendo vai solo a supportare la mia tesi: siamo pezzi di ciccia, con tagli di prima e seconda scelta, come dal macellaio.

“Mi dia un bel filetto, di prima scelta,  perché sono di palato buono…”

“Mi dia un taglio di seconda scelta, tanto  devo fare lo spezzatino…”

Eccoci lì. Tranci di carne. Tutte contente che una bella ragazza di nome Ashley possa diventare la Giovanna D’Arco delle curvy-formose-grassottelle. Contro quelle stronze di magre che hanno rotto le scatole con la loro egemonia e il loro catalizzare l’attenzione degli Dei uomini dell’Olimpo. Perché in fondo, siamo disposte a farci un bella guerra di ciccia contro ossa, pur di avere la loro attenzione, la loro approvazione, il loro occhio su di noi, il loro sorriso maschio. E magari un bell’urlo tipo “abbbonaaaa” per la strada. Vuoi mettere che soddisfazione? Da sentirsi al settimo cielo.

Siamo messe molto molto molto bene…

SIGH

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CONTATTI   6 Febbraio 2015:   49.500

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Parti di lui

Sono un Dugongo spiaggiato.

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BARBARA GIORGI

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BARBARA GIORGI