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Tutti gli articoli per il mese di agosto 2015

GIULIA INNOCENZI, LE DONNE IRANIANE E REYHANEH MORTA IMPICCATA

Pubblicato 31/08/2015 da paroladistrega

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Qualche giorno fa ho letto la notizia dell’offesa sessista che un giornalista ha rivolto a GIULIA INNOCENZI, giornalista e blogger. L’ha definita “sgallettata”. Giulia Innocenzi è andata in viaggio in Iran e ha raccontato le sue impressioni sui luoghi e le persone. In particolare, ha raccontato di molestie subite e della sua percezione della situazione vissuta dalle donne iraniane. Sarebbe “sgallettata” perché non ha chiesto il permesso per parlare-scrivere?

http://giuliainnocenzi.blogspot.it/2015/08/due-donne-sole-in-iran-quello-che-gli.html

Ma non voglio parlare di questa offesa sessista (ce ne sarebbe da dire sugli stereotipi…).

Vado al dunque: Giulia Innocenzi viene contestata da blogger (donne) e giornaliste perché  il  pezzo del suo blog sulla situazione delle donne in Iran non sarebbe  esattamente, perfettamente corrispondente al vero. Le si esprime solidiarietà per le molestie subite, ma si criticano le sue percezioni sulla situazione negativa delle donne iraniane.

In sintesi, secondo queste blogger e giornaliste: le donne iraniane starebbero benone, se non benissimo.

Io, per carità, non ho mai visitato l’Iran, non conosco donne iraniane e non so quindi dirvi come vivano in quel Paese le nostre sorelle. Però una cosa LA SO. Perché ne ho scritto a suo tempo. Perché in tant* giornaliste e blogger ne hanno scritto: SCANDALIZZANDOSI, PUNTANDO IL DITO, GRIDANDO IL LORO ORRORE E DOLORE. Come ho fatto io.

E il fatto di cui parlo è questo (ottobre 2014): la morte di una donna, REYHANEH JABBARI, condannata e ammazzata tramite impiccagione dal tribunale di Stato iraniano per aver ucciso un uomo che tentava di violentarla. Per me, legittima difesa. Per loro, assassinio. Perché difendersi dalla violenza con la violenza, non è possibile. Forse, secondo loro doveva farsi violentare…

https://paroladistrega.wordpress.com/2014/10/29/reyhaneh-femminicidio-di-stato/

Ora. Non voglio annoiarvi con miei discorsi  in difesa di Giulia Innocenzi.  Non credo neppure che ne abbia bisogno.

Però vorrei invitarvi a leggere il MESSAGGIO (vocale, poi trascritto) che REYHANEH ha lasciato a sua madre.

E da queste parole, forse (e dico forse) almeno a qualcun* di voi sorgerà il dubbio sulla tanto sbandierata libertà delle donne iraniane.

Credo che una parola di REYHANEH valga più di un milione di nostre parole.

Cara Shole,

oggi ho appreso che e’ arrivato il mio turno di affrontare la Qisas (la legge del taglione ndr). Mi sento ferita, perché non mi avevi detto che sono arrivata all’ultima pagina del libro della mia vita. Non pensi che dovrei saperlo? Non sai quanto mi vergogno per la tua tristezza. Perché non mi hai dato la possibilità di baciare la tua mano e quella di papa’?

Il mondo mi ha permesso di vivere fino a 19 anni. Quella notte fatale avrei dovuto essere uccisa. Il mio corpo sarebbe stato gettato in un qualche angolo della città e, dopo qualche giorno, la polizia ti avrebbe portata all’obitorio per identificare il mio cadavere, e avresti appreso anche che ero stata stuprata. L’assassino non sarebbe mai stato trovato poiché noi non godiamo della loro ricchezza e del loro potere. E poi avresti continuato la tua vita nel dolore e nella vergogna, e un paio di anni dopo saresti morta per questa sofferenza, e sarebbe finita cosi’.

Ma a causa di quel colpo maledetto la storia e’ cambiata. Il mio corpo non e’ stato gettato via, ma nella fossa della prigione di Evin e nelle sue celle di isolamento e ora in questo carcere-tomba di Shahr-e Ray. Ma non vacillare di fronte al destino e non ti lamentare. Sai bene che la morte non e’ la fine della vita.

Mi hai insegnato che veniamo al mondo per fare esperienza e per imparare una lezione, e che ogni nascita porta con se’ una responsabilità. Ho imparato che a volte bisogna combattere. Mi ricordo quando mi dicesti che l’uomo che conduceva la vettura aveva protestato contro l’uomo che mi stava frustando, ma quest’ultimo ha colpito l’altro con la frusta sulla testa e sul volto, causandone alla fine la morte. Sei stata tu a insegnarmi che bisogna perseverare, anche fino alla morte, per i valori.

Ci hai insegnato andando a scuola ad essere delle signore di fronte alle liti e alle lamentele. Ti ricordi quanto hai influenzato il modo in cui ci comportiamo? La tua esperienza pero’ e’ sbagliata. Quando l’incidente e’ avvenuto, le cose che avevo imparato non mi sono servite. Quando sono apparsa in corte, agli occhi della gente sembravo una assassina a sangue freddo e una criminale senza scrupoli. Non ho versato lacrime, non ho supplicato nessuno.  Non ho cercato di piangere fino a perdere la testa, perché confidavo nella legge.

Ma sono stata incriminata per indifferenza di fronte ad un crimine. Vedi, non ho ucciso mai nemmeno le zanzare e gettavo fuori gli scarafaggi prendendoli per le antenne. Ora sono colpevole di omicidio premeditato. Il mio trattamento degli animali e’ stato interpretato come un comportamento da ragazzo e il giudice non si e’ nemmeno preoccupato di considerate il fatto che, al tempo dell’incidente, avevo le unghie lunghe e laccate.

Quanto ero ottimista ad aspettarmi giustizia dai giudici! Il giudice non ha mai nemmeno menzionato che le mie mani non sono dure come quelle di un atleta o un pugile. E questo paese che tu mi hai insegnata ad amare non mi ha mai voluta, e nessuno mi ha appoggiata anche sotto i colpi dell’uomo che mi interrogava e piangevo e sentivo le parole più volgari. Quando ho rimosso da me stessa l’ultimo segno di bellezza, rasandomi i capelli, sono stata premiata con 11 giorni di isolamento.

Cara Shole, non piangere per quello che senti. Il primo giorno che nell’ufficio della polizia un agente anziano e non sposato mi ha colpita per via delle mie unghie, ho capito che la bellezza non e’ fatta per questi tempi.  La bellezza dell’aspetto, la bellezza dei pensieri e dei desideri, la bella calligafria, la bellezza degli occhi e di una visione, e persino la bellezza di una voce piacevole.

Mia cara madre, il mio modo di pensare e cambiato e tu non sei responsabile. Le mie parole sono senza fine e le darò a qualcuno in modo che quando sarò impiccata senza la tua presenza e senza che io lo sappia, ti verranno consegnate. Ti lascio queste parole come eredita’.

Comunque, prima della mia morte, voglio qualcosa da te e ti chiedo di realizzare questa richiesta con tutte le tue forze e tutti i tuoi mezzi. Infatti, e’ la sola cosa che voglio dal mondo, da questo paese e da te. So che hai bisogno di tempo per questo. Per questo ti dirò questa parte del mio testamento per prima. Per favore non piangere e ascolta. Voglio che tu vada in tribunale e presenti la mia richiesta. Non posso scrivere questa lettera dall’interno della prigione con l’approvazione delle autorità, perciò ancora una volta dovrai soffrire per causa mia.  E’ la sola cosa per cui, anche se tu dovessi supplicarli, non mi arrabbierei – anche se ti ho detto molte volte di non supplicarli per salvarmi dalla forca.

Mia buona madre, cara Shole, più cara a me della mia stessa vita, non voglio marcire sottoterra. Non voglio che i miei occhi o il mio cuore giovane diventino polvere. Supplicali perché subito dopo la mia impiccagione, il mio cuore, i reni, gli occhi, le ossa e qualunque altra cosa possa essere trapiantata venga sottratta al mio corpo e donata a qualcuno che ne ha bisogno. Non voglio che sappiano il mio nome, che mi comprino un bouquet di fiori e nemmeno che preghino per me. Ti dico dal profondo del cuore che non voglio che ci sia una tomba dove tu andrai a piangere e soffrire.  Non voglio che tu indossi abiti scuri per me. Fai del tuo meglio per dimenticare i miei giorni difficili. Lascia che il vento mi porti via. 

Il mondo non ci ama. Non voleva il mio destino. E adesso sto cedendo e sto abbracciando la morte. Perché nel tribunale di Dio incriminerò gli ispettori, l’ispettore Shamlou, il giudice, i giudici della Corte suprema che mi hanno colpita quando ero sveglia e non hanno smesso di abusare di me. Nel tribunale del creatore accuserò il dottor  Farvandi, e Qassem Shabani e tutti coloro che per ignoranza o menzogna mi hanno tradita e hanno calpestato i miei diritti.

Cara Shole dal cuore d’oro, nell’altro mondo siamo io e te gli accusatori e loro sono gli imputati. Vediamo quel che vuole Dio. Io avrei voluto abbracciarti fino alla morte. Ti voglio bene.

Reyhaneh

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LA RETORICA DELLA SANTIFICAZIONE DELLA MATERNITA’

Pubblicato 19/08/2015 da paroladistrega

Culla

Caso MARTINA LEVATO. Se ne parla e se ne legge. E’ ormai un caso mediatico, come spesso accade per i fatti di cronaca e relativi percorsi processuali.

In breve, anche se lo sapete tutt*: questa donna è stata condannata in primo grado per aver sfigurato con l’acido il suo ex (con l’aiuto di un altro uomo). Condannata a 14 anni di carcere. Ha partorito da pochi giorni e i giudici del tribunale dei minori di Milano hanno  deciso di separarla dal bambino. Lei è detenuta, in attesa dell’appello. Il bambino sarà per ora affidato ad un tutore legale in attesa del procedimento di adottabilità.

Leggo opinioni contrastanti sul fatto della SEPARAZIONE COATTA MADRE-FIGLIO decisa dal tribunale. E leggo molti scritti, articoli, post di blog, opinioni, commenti di amiche femministe che vanno a spada tratta, in difesa di Martina Levato. Perché? Ovvio: lei è una donna, in più è Madre. E le Madri non si toccano: sono tutte Sante del Paradiso intoccabili, Angeli del Cielo che  partoriscono, educano e crescono i loro figli, con Amore puro e incontaminato.

Eccovi spadellata la Retorica della Santificazione della Maternità.

Lo dico chiaro e tondo: sono femminista (e pure strega) e la Retorica non mi piace. Men che meno quella sulla Santificazione della Maternità.

Fermo restando che sì, l’IMPRINTING e l’EDUCAZIONE emotivo-comportamentale dei primi anni di vita  di un essere umano (ma direi di ogni animale) sono fondamentali per la formazione e la sana crescita, viene da chiedersi …ma esiste una QUALITA’ di IMPRINTING-EDUCAZIONE oppure basta essere Madri Sante e Intoccabili?

Queste le mie obiezioni alla Retorica della Santificazione della Maternità:

  1. le madri non sono esseri intoccabili che viaggiano con la Verità in tasca
  2. le madri sono esseri umani fallibili: se compiono una grave azione condannabile ne va tenuto conto anche nel rapporto educativo madre – figlio
  3. il rapporto madre-figlio deve tutelare il figlio, prima della madre.

Infine, vorrei fare una considerazione su quella PARITA’ DI GENERE che noi femministe inseguiamo da sempre. Quella PARITA’ che dovrebbe vedere donne e uomini con gli stessi diritti ma anche – per minima coerenza – con gli stessi doveri. Per cui dico: se l’azione oggetto di condanna (gettare acido e sfigurare una persona) l’avesse compiuta un padre, non staremmo qui a discutere. Lo avremmo definito “mostro” e gli avremmo tolto – mediaticamente parlando – la paternità, accusandolo di non essere “degno”. Punto. Senza se e senza ma. Un mostro non è un padre affidabile.

Invece, le madri sono sempre “degne”. Sono madri. Possono compiere qualsiasi azione deplorevole e noi, come società, le condanniamo per quella specifica azione. Poi, molt* pensano che di quello che succede nell’intimissima relazione con la prole,  che ce ne dovremmo lavare le mani, lasciando tutto nascosto in quell’aura dorata e misteriosa  dove il rapporto madre-figlio si nutre di vicendevole amore. Senza metterci becco. Perché  una Madre è sempre degna, intoccabile, pura, perfetta.

Ma questa è solo Retorica. E di quella ne potremmo pure fare  – finalmente –  a meno.

Suvvia.

Almeno noi femministe togliamoci di dosso la Retorica della Santificazione della Maternità.

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Per approfondimenti, ascoltate  il parere di Adriana Bembina, medico Psicoterapeuta, esperta dell’età evolutiva, riguardo al recente provvedimento del Tribunale dei Minori di Milano di togliere il neonato a Marina Levato. Qui, nel video di Repubblica (“il pensiero delirante può investire e spesso investe i bambini”).

http://video.repubblica.it/edizione/milano/coppia-acido-la-psicoterapeuta-troppi-rischi-per-il-neonato/209636/208760?ref=tbl

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IL FEMMINICIDIO E I SOLITI DISCORSI

Pubblicato 09/08/2015 da paroladistrega
Altan

Altan

Oggi l’ennesimo FEMMINICIDIO. A Lecce. Rita Paola Marzo, 41 anni.

http://bari.repubblica.it/cronaca/2015/08/08/news/lecce_uccide_la_moglie_in_strada_e_tenta_il_suicidio_si_stavano_separando-120653466/

Si stava separando dal compagno. Che ha deciso di ammazzarla con la sua pistola. Poi “ha rivolto l’arma contro se stesso”.

E ora dovrebbe scattare tutta la litanìa dei “perché, percome, perquando”. Tutte le teorie del mondo su questa violenza maschile così diffusa e incontenibile.

Fa parte del Dna? E’ quindi innata?

E’ invece determinata da input ambientali-educativi?

E’ dovuta a carenze affettive durante l’età dello sviluppo? La riconduciamo a possibili traumi infantili?

La colpa è degli stereotipi e della società maschilista?

L’evento violento è individuabile a priori tramite segnali comportamentali-emotivi? E’ prevedibile o imprevedibile?

E altre mille domande. E mille teorie. E mille ipotesi. E ciascun* di noi viaggia ovviamente con la Verità in tasca, pront*  a sfornare le sue perle di saggezza.

Intanto,  le donne continuano a morire. Sì, mentre noi interrompiamo i nostri cazzeggi sulla spiaggia e alziamo disgustat* le sopracciglia ascoltando dell’ennesimo femminicidio alla radio o leggendo la notizia nel web, le donne muoiono ammazzate. Come Rita Paola. Magari oggi lei voleva andare al mare e stava organizzando le sue vacanze come tutt*. Chissà che progetti aveva Rita Paola.  E mentre noi pensiamo ai perché della violenza, lei non c’è più.

Noi pensiamo tanto.

E mettiamo targhe nelle strade contro il femminicidio. Tutto molto bello.

E facciamo eventi contro il femminicidio (io pure). Tutto molto bello.

E scriviamo contro il femminicidio (io pure). Tutto molto bello.

A cosa serve tutto questo agire molto bello? No, perché arriva il momento in cui una si chiede a cosa serve, visto che le donne continuano a morire.

Siamo tutt* in vacanza, è vero, sarebbe giusto rilassarci. E’ agosto, è vero, sarebbe giusto pensare a cose allegre.

Ma io non sono normale e penso a Rita Paola che in vacanza non ci va. E che lascia due bambini. E che aveva diritto a vivere. Ma un uomo e una pistola detenuta con “regolare porto d’armi” hanno eliminato tutta la sua realtà.

Ora, rimettiamoci tranquillamente a prendere la tintarella, mentre  pensiamo che tutta la colpa è di qualche trauma infantile.

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CAPITA A TUTTE

Pubblicato 02/08/2015 da paroladistrega
Allaire Bartel - foto molestia sessuale - particolare

Allaire Bartel – foto molestia sessuale – particolare

Sì, capita a tutte. Capita davvero a tutte. Giovani, meno giovani, dal nord al sud del mondo, di giorno o di notte. La molestia sessuale capita. Noi donne ci conviviamo:  come se fosse un’inevitabile tassa da pagare, quando veniamo al mondo. E per tutta la vita.

Ieri ho letto il post inserito da un’amica di Facebook nel gruppo di cui sono admin “WOMEN FOR  FEMINISM”

https://www.facebook.com/groups/752216244840450/

Quel post parla di molestie verbali subite dalla ragazza in una mezza giornata: alcune frasi di valutazione  sul suo “balcone”, altre sul suo “pianterreno”.  A causa di un vestito rosso un po’ scollato? No. A causa della mente dei “cacciatori”: nella loro testa, c’è la preda. E l’amica FB scrive:Come mi sono sentita? Imbarazzata è un eufemismo,  di sicuro umiliata…”

Quel post mi ha fatto ricordare tanti momenti in cui sono stata anch’io un “bersaglio”. Molti li ho dimenticati, altri sono lì, in sospeso, altri accadranno ancora. E tutte noi sappiamo bene che non dipende dalla mini, dal rossetto, dall’età, dal luogo, dalla notte o dal giorno, dallo sguardo basso o di sfida, dalla gamba lunga o dal seno. Per molti (troppi) uomini, siamo delle prede: siamo animali da braccare.

Il primo ricordo che mi viene in mente: avevo dodici anni.

Mese di maggio, un pomeriggio: dovevo studiare, era la fine dell’anno scolastico e dovevo prepararmi per delle interrogazioni.  In casa c’era un muratore: doveva aprire un foro nella parete della sala per installare la canna fumaria di un caminetto di ghisa. Mia madre mi lasciò sola in casa. Per un attimo, un solo attimo. L’aveva chiamata la vicina di casa. Il muratore entrò in camera mia e mi disse che dovevo assolutamente aiutarlo. Gli dissi che no, non ce n’era bisogno: poteva aspettare la mamma. Ma lui insisteva. Era l’operaio tuttofare di casa,  il muratore di fiducia, quello su cui contare sempre quando si rompeva qualcosa o quando c’era da fare un lavoretto edile. Lo conoscevo da anni: mi aveva vista crescere.

Lo seguii. Mi fece salire sulla sua scala portatile e mi chiese di guardare dentro il foro creato nella parete.

“Ma cosa devo guardare? Perché?” non capivo, ma salii sulla scala.

Avevo dodici anni e mi fidavo degli adulti.

Salii pochi scalini. Lui, da dietro, mi mise le mani sul seno Mi teneva ferma così, con quelle mani di cinquantenne sul mio seno di bambina.

“Ti tengo io” diceva.

“Non ho bisogno di aiuto!” Cercavo di liberarmi da quella stretta, da quelle mani.

Lui mi tenne le sue mani sul seno finché non riuscii a scendere e scappare via.

Appena rientrata mia madre, le raccontai tutto. Lei non volle più quell’uomo in casa.

Denuncia? Di cosa? Come?

La parola di una donna non conta niente. Men che meno quella di una ragazzina di dodici anni.

Oggi quell’uomo è morto. Non c’è più. Ma il ricordo di quelle mani, quel ricordo sì, ci sarà sempre.

Iniziò così la sequenza delle molestie, delle “mani morte”, delle frasi per strada, della caccia alla preda. Potrei raccontarvene molte altre di situazioni di molestia. Vissute da sola, con amiche. A volte sono riuscita a tirare schiaffi, a volte no. A volte sono riuscita a mandare affanculo, a volte no. A volte vince lo stupore, a volte vince la sorpresa. E resti lì, come frastornata e non reagisci. Poi, dopo, ti assale la rabbia del “dovevo dire-fare-reagire”.

Ma ci saranno altre volte. Non è ancora finita. Perché non finisce mai.

E voi? Sì. Lo so bene.

E’ capitato anche a voi.

Capita a tutte.

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Parti di lui

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BARBARA GIORGI

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