CAPITA A TUTTE

Pubblicato 02/08/2015 da paroladistrega
Allaire Bartel - foto molestia sessuale - particolare

Allaire Bartel – foto molestia sessuale – particolare

Sì, capita a tutte. Capita davvero a tutte. Giovani, meno giovani, dal nord al sud del mondo, di giorno o di notte. La molestia sessuale capita. Noi donne ci conviviamo:  come se fosse un’inevitabile tassa da pagare, quando veniamo al mondo. E per tutta la vita.

Ieri ho letto il post inserito da un’amica di Facebook nel gruppo di cui sono admin “WOMEN FOR  FEMINISM”

https://www.facebook.com/groups/752216244840450/

Quel post parla di molestie verbali subite dalla ragazza in una mezza giornata: alcune frasi di valutazione  sul suo “balcone”, altre sul suo “pianterreno”.  A causa di un vestito rosso un po’ scollato? No. A causa della mente dei “cacciatori”: nella loro testa, c’è la preda. E l’amica FB scrive:Come mi sono sentita? Imbarazzata è un eufemismo,  di sicuro umiliata…”

Quel post mi ha fatto ricordare tanti momenti in cui sono stata anch’io un “bersaglio”. Molti li ho dimenticati, altri sono lì, in sospeso, altri accadranno ancora. E tutte noi sappiamo bene che non dipende dalla mini, dal rossetto, dall’età, dal luogo, dalla notte o dal giorno, dallo sguardo basso o di sfida, dalla gamba lunga o dal seno. Per molti (troppi) uomini, siamo delle prede: siamo animali da braccare.

Il primo ricordo che mi viene in mente: avevo dodici anni.

Mese di maggio, un pomeriggio: dovevo studiare, era la fine dell’anno scolastico e dovevo prepararmi per delle interrogazioni.  In casa c’era un muratore: doveva aprire un foro nella parete della sala per installare la canna fumaria di un caminetto di ghisa. Mia madre mi lasciò sola in casa. Per un attimo, un solo attimo. L’aveva chiamata la vicina di casa. Il muratore entrò in camera mia e mi disse che dovevo assolutamente aiutarlo. Gli dissi che no, non ce n’era bisogno: poteva aspettare la mamma. Ma lui insisteva. Era l’operaio tuttofare di casa,  il muratore di fiducia, quello su cui contare sempre quando si rompeva qualcosa o quando c’era da fare un lavoretto edile. Lo conoscevo da anni: mi aveva vista crescere.

Lo seguii. Mi fece salire sulla sua scala portatile e mi chiese di guardare dentro il foro creato nella parete.

“Ma cosa devo guardare? Perché?” non capivo, ma salii sulla scala.

Avevo dodici anni e mi fidavo degli adulti.

Salii pochi scalini. Lui, da dietro, mi mise le mani sul seno Mi teneva ferma così, con quelle mani di cinquantenne sul mio seno di bambina.

“Ti tengo io” diceva.

“Non ho bisogno di aiuto!” Cercavo di liberarmi da quella stretta, da quelle mani.

Lui mi tenne le sue mani sul seno finché non riuscii a scendere e scappare via.

Appena rientrata mia madre, le raccontai tutto. Lei non volle più quell’uomo in casa.

Denuncia? Di cosa? Come?

La parola di una donna non conta niente. Men che meno quella di una ragazzina di dodici anni.

Oggi quell’uomo è morto. Non c’è più. Ma il ricordo di quelle mani, quel ricordo sì, ci sarà sempre.

Iniziò così la sequenza delle molestie, delle “mani morte”, delle frasi per strada, della caccia alla preda. Potrei raccontarvene molte altre di situazioni di molestia. Vissute da sola, con amiche. A volte sono riuscita a tirare schiaffi, a volte no. A volte sono riuscita a mandare affanculo, a volte no. A volte vince lo stupore, a volte vince la sorpresa. E resti lì, come frastornata e non reagisci. Poi, dopo, ti assale la rabbia del “dovevo dire-fare-reagire”.

Ma ci saranno altre volte. Non è ancora finita. Perché non finisce mai.

E voi? Sì. Lo so bene.

E’ capitato anche a voi.

Capita a tutte.

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