DONNE E MINIGONNE

Pubblicato 31/03/2016 da paroladistrega
1972, Kabul, Afghanistan

1972, Kabul, Afghanistan

Ah! Io l’ho sempre adorata la mini. Mi ricordo di una sera estiva, da adolescente: dovevo andare a ballare con mia sorella ed alcune amiche. Entro nell’ascensore con una gonna lunga fino ai piedi. Sotto indosso una delle mie fantastiche minigonne. Sfilo via la gonna lunga “ufficiale” in ascensore davanti a mia sorella che mi dice: “non sei furba! La mamma ti vedrà dal terrazzo di casa! Devi toglierla in auto, come faccio io!”

Detto, fatto. Mia madre mi vede dalla terrazza e mi fa rientrare in casa. Non tollera di essere presa in giro: non vuole che indossi minigonne di notte. Mia sorella sale sull’auto delle amiche e se ne va a ballare. Io, arrabbiata nera, trascorro la notte a darmi della stupida.

La minigonna ha accompagnato la mia adolescenza e la mia giovinezza. E, quando ne ho l’occasione e la voglia, la indosso pure ora, da donna adulta: d’estate, al mare, per le feste in spiaggia o nei locali della Versilia.

La mini. Adorabile mini.

Simbolo di libertà e liberazione, simbolo di niente e di tutto.

La mini è semplicemente voglia di sentirsi bene con se stesse. La mini è semplicemente piacere di guardarsi allo specchio e giocare con un pezzo di stoffa. Colorate, jeans, modello kilt scozzese, a palloncino anni cinquanta, a trapezio anni sessanta…

La mini è storia del costume e fa parte della storia delle donne. Pure delle donne di Kabul (vd. foto sopra) che giravano libere, in clima pre-talebano. Libere. Che meraviglia la libertà di poter aprire un armadio e decidere (decidere) cosa indossare, come voler essere ed apparire. Questa libertà le donne di Kabul, oggi, non l’hanno più. Noi sì. Noi donne occidentali. Ah sì? Forse solo quando ci viene “gentilmente concesso”.

Infatti, accade che – per esempio –  non venga gentilmente concesso in alcuni luoghi del mondo occidentale. Esiste ancora la Santa Inquisizione e la mini può essere messa al rogo. Tipo   la bella pensata degli uffici comunali di un quartiere di Amsterdam. Perché? Perché è una zona ad alta densità di immigrati e gli uomini potrebbero scatenare i loro IMPULSI SESSUALI.

E mi pare giusto! Se l’uomo è cavernicolo (orientale oppure occidentale non fa differenza), la donna deve coprirsi. Mettiamoci la cintura di castità, la corazza di Giovanna d’Arco. Bendiamo, fasciamoci, facciamo le mummie. Sennò quelli hanno la tempesta del testosterone e non si controllano.

Poi magari VIOLENTANO.

E la colpa è ovviamente nostra che PROVOCHIAMO: “cosa indossava la vittima? Ah, la mini! Allora se l’è cercata…Allora andava a caccia di uomini… Allora è una disponibile… Allora…”

La colpa, si sa, è sempre delle donne.

Propongo di modificare il concetto stesso di VIOLENZA DI GENERE: in realtà è violenza attuata dalle donne PROVOCANTI sul povero maschio che non sa trattenere i propri ISTINTI. Del resto, già Pavlov studiava il meccanismo stimolo-risposta con il cane, il cd. “riflesso condizionato”.

Ma io credevo che l’essere umano maschio fosse diverso da un cane…

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IL MIO ULTIMO LIBRO, SU TEMI DI GENERE:

EVA E ALTRI SILENZI” (2014): racconti e monologhi di donne su temi impegnati (violenza di genere, molestia sessuale, anoressia, pedofilia…). Il libro è dedicato alla grande e compianta Franca Rame, su autorizzazione della Compagnia teatrale Fo Rame.

Cartaceo:

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