FORTUNA. E LA NUVOLA ROSA

Pubblicato 03/05/2016 da paroladistrega
napoli.fanpage.it

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Abbiamo letto tutt* delle violenze subite nel tempo e della morte dalla piccola Fortuna Loffredo. E abbiamo letto anche della possibilità di riesumare il corpo del piccolo Antonio Giglio (3 anni) per fare chiarezza sulla sua morte.

Due piccoli morti precipitando da un balcone dell’ormai noto “palazzo degli orrori” di Caivano (Napoli).

Io non so esprimere il dolore, la rabbia e il disgusto nei confronti di una simile situazione. Come voi, credo. Perché non siamo preparati a simili atti di barbarie nei confronti di bambin*. E non vogliamo neppure esserlo, perché si tratterebbe di un’assuefazione di fronte a una sorta di “spettacolo del dolore” (per citare L. Boltanski). E dell’ORRORE.

Come definire questi individui (uomini e donne) che agiscono o coprono quest’agire maledetto nei confronti di bambine e bambini? Non ci sono parole. C’erano però i disegni della piccola Fortuna. Quelli parlavano.

Tempo fa, ho scritto un racconto intitolato LA NUVOLA ROSA (libro “Eva e altri silenzi”, 2014). Ecco… la piccola Fortuna mi ha fatto ripensare a quel racconto. Lo ripubblico qui.

Dedicato a Fortuna, con commozione.

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LA  NUVOLA  ROSA (dal libro “Eva e altri silenzi”, 2014)

La sua cameretta era tutta colorata nei toni del rosa. Dal cipria, al confetto, fino a tocchi di fucsia. Nei tendaggi, nel tappeto, sulle pareti dipinte con fiori sfumati e farfalle in volo.

Il letto era di legno bianco immacolato, fatto a mano da un artigiano locale: rifinito nei particolari, con chiodi di ferro battuto.

L’armadio era stracolmo di abitini infiocchettati, arricchiti di pizzi e ricami.

Tutti possibilmente rosa. Tutti preferibilmente rosa.

Il rosa: il colore dell’infanzia perfetta e felice delle bambine. Da sempre.

Elena aveva sette anni e viveva in una specie di casetta di bambola. Con altre bambole, certo.  Quella con le trecce rosse e le lentiggini, quella con i capelli biondi e paffutella, quella piccola che sembrava un bebè. E tante altre, tutte bellissime.

Aveva una piccola batteria di pentole e pentolini e un servizio di piatti di porcellana verissima: tutto per nutrire le sue amiche di plastica.

Le tovaglie erano dei piccoli capolavori: tagliate e cucite dalla nonna, che poi aveva ricamato minuziosamente gli angoli e i bordi. Erano uguali a quelle che usava la mamma.

Elena giocava spesso con le sue bambole, ma amava anche disegnare. E lo faceva benissimo. Disegnava soli splendenti, cieli sfumati d’azzurro e di viola, alberi stracolmi di fiori, fiumi placidi immersi nei boschi.

E anche persone. Sapeva disegnare il viso della mamma e del papà, quello della maestra e della sua compagna di banco, Chiara.

Il ritratto dell’amica le veniva particolarmente bene, perché Chiara era lì vicino a lei ogni mattina, gomito a gomito, sorridente e solare. Chiara di nome e di fatto.

Fu Chiara a vedere per prima quello strano disegno.

Ma non accadde in classe.

Erano nella cameretta rosa di Elena, sopra il letto bianco stracolmo di cuscini. Un pomeriggio di pioggia, freddo e noioso come una predica.

“Cos’è questo?” chiese Chiara indicando un foglio di carta che spuntava dalla cerniera semiaperta di un cuscino di velluto a righe.

Chiara aprì tutta la cerniera e tirò fuori un disegno.

“Cos’è questo?” chiese di nuovo.

Elena taceva. Pensierosa.

“Non me lo ricordo…” disse poi, seria e infastidita.

“Perché non te lo ricordi?” Chiara era molto incuriosita.

“Perché l’ho disegnato quando ero piccola, tanto tempo fa. Ora sono grande e non lo ricordo più.”

“Non ci credo. Te lo ricordi e non me lo vuoi dire. E’ un segreto?”

“Forse sì. Forse è un segreto che non mi ricordo più!” e con queste parole Elena decise di chiudere l’argomento disegno.

Un segreto che Elena non ricordava più.

Ma Chiara continuava a tenere in mano il disegno, osservandolo bene: una piccola donna, forse una bambina, tutta vestita di rosa con tanti fiocchi ovunque, anche tra i capelli. Un’esplosione di rosa confetto, una nuvola rosa stupenda.

Ma la bambina tutta rosa occupava solo una piccola parte del foglio di carta.

Nel mezzo del disegno, c’era una striscia nera, lunga e larga. E sopra la striscia, c’era un viso di uomo con baffi e un grosso cappello.

Dalla striscia nera partiva una mano che andava verso la nuvola rosa. Era una mano grande, forse quanto la nuvola rosa o forse anche più grande.

“Chi è questo con i baffi?” chiese Chiara ad un tratto.

Elena si alzò dal letto. Si mise a sedere sul tappeto, prese la bambola bebè e iniziò a cantarle la ninna nanna.

Non rispondeva.

Non era più lì con Chiara: ora era sola sul tappeto con quel bebè di plastica.

“Va bene. Giochiamo con le bambole!” Chiara scese dal letto e si avvicinò ad Elena.

Ma lei ormai non la considerava più, immersa nella sua canzoncina, nella sua ninna nanna.

Dopo qualche giorno, Elena iniziò ad usare molto il pennarello nero nei suoi disegni.

In ogni foglio c’era una lunga striscia scura, con sopra quella testa con i baffi. E sempre più piccola, una nuvoletta rosa che pareva proprio una bambina.

Una mattina, la maestra, si accorse di questo strano disegno che Elena ripeteva in decine di fogli: un primo foglio e poi un altro e poi un altro ancora. Tanti fogli sparsi ovunque intorno a lei.

“Fate un disegno a tema libero…” aveva detto la maestra.

E lei aveva preso dall’astuccio solo due colori: il nero e il rosa. E li usava con foga. La manina scorreva veloce sul foglio, in modo frenetico.

Elena sudava. Ed era pallida. Era seria e corrugava le sopracciglia.

“Stai bene tesoro?” le aveva chiesto la maestra osservando in modo alternato la bambina e i disegni sparsi sul banco e per terra.

Lei disse solo: “vomito…”

Vomitò la colazione addosso alla maestra.

Poi svenne, sudata e fredda come una piccola morta, in mezzo ai fogli di carta colorati di nero e di rosa.

I disegni per terra furono buttati, perché troppo sporchi e bagnati da quel fiume di succhi gastrici.

Quelli sul banco si salvarono. E finirono davanti ai genitori, al direttore e alla psicologa della scuola.

Sì, in famiglia si sapeva.

Sì, in famiglia si tentava di sopravvivere.

La madre piangeva mentre parlava, tentando di spiegare ciò che neppure lei aveva compreso davvero. O che non voleva comprendere.

Il padre taceva. Il suo viso era contratto da un dolore inespresso, profondo, soffocato.

Li aveva trovati la mamma: lo zio paterno sopra la bambina vestita di rosa.

Un pomeriggio qualsiasi di un giorno qualsiasi.

Era rientrata prima dal lavoro e li aveva visti così, sopra il letto bianchissimo e immacolato.

La sera stessa lo zio aveva scelto di togliersi la vita: si era lanciato con l’auto in corsa giù da un burrone.

Nessuno aveva pianto al funerale.

Nessuno aveva detto una parola.

Tutti avevano guardato quella bara in silenzio.

Tutti erano contenti che lui si fosse punito da solo.

Sarebbe stato troppo sconvolgente doverlo rivedere. Sarebbe stato impossibile guardarlo in viso e trattenere l’odio, il rancore, la condanna.

Tutti ormai sapevano, ma nessuno ne parlava.

Meglio così.

Meglio cancellare, dimenticare.

Meglio seppellire sotto terra anche la violenza consumata.

Meglio il silenzio.

Ora il mostro era morto.

Quell’uomo con i baffi, quell’uomo con la mano grande non c’era più.

Rimaneva però vivo e presente nei disegni di Elena: un striscia nera, lunga e larga, qualcosa di sporco ed incombente.

Vicino, troppo vicino a quella nuvola rosa.

 

 

 

 

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EVA E ALTRI SILENZI” (2014): racconti e monologhi di donne su temi impegnati (violenza di genere, molestia sessuale, anoressia, pedofilia…). Il libro è dedicato alla grande e compianta Franca Rame, su autorizzazione della Compagnia teatrale Fo Rame.

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4 commenti su “FORTUNA. E LA NUVOLA ROSA

  • Molto interessante, fa riflettere e colpisce fin nel profondo dell`animo. Eccellente l`autrice, donna di intensa cultura, molto sensibile, di infinita raffinatezza nello scrivere. Autrice che ogni volta colpisce nel segno e palesa le molteplici problematiche sull`esistenza della donna. Molto brava.

  • Certi ricordi o ferite non svaniscono possono solo non sanguinare ma le cicatrici restano un marchio indelebile purtroppo e il silenzio di vicini o amici non elimina o addolcisce.

  • Rispondi

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