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Tutti gli articoli per il mese di agosto 2016

No signora, non è colpa sua!

Pubblicato 31/08/2016 da paroladistrega

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Oggi ero seduta in un bar. Accanto a me, un tavolino con due anziane e belle signore. Una delle due ha iniziato a parlare della sua vita trascorsa con il marito violento, che ora non c’è più. Parlava parlava… e io, accanto a lei, inevitabilmente sentivo tutto. Forse volevo ascoltare. Anzi. Senza forse. Perché lei mi stava dando la possibilità di vedere uno “spaccato di vita” sofferta. Così, la signora ha iniziato a raccontare all’amica degli schiaffi, dei colpi subiti, della necessità di “elemosinare denaro” per fare la spesa. Fin dall’inizio del matrimonio.
“Ma tua madre non sapeva nulla? Non ne parlavi in famiglia?”
“Mia madre sapeva tutto. Mi disse di non coinvolgerla perché avrebbe sempre dato ragione a lui. Lo adorava. Così, ho iniziato a credere che la colpa di tutto fosse mia. Io ero una moglie imperfetta. Mi meritavo schiaffi, calci, colpi… tutto. Sono finita anche in ospedale. Avevo un braccio pieno di ematomi. E mio marito ebbe il coraggio di dire al medico del pronto soccorso che, probabilmente, era dovuto ad un infarto. Il medico lo guardò male e gli rispose che quei lividi non avevano a che fare con un infarto, ma con dei colpi. Ho continuato per anni a vivere con lui, chinando la testa. Ho continuato piangendo e soffrendo. Poi i figli sono cresciuti e mi hanno convinta a rivolgermi a un avvocato per la separazione. Lui, mio marito, alla domanda dell’avvocato “perché la picchia?” rispose “perché mi scappa la mano”. Alla fine mi sono separata e ho ricominciato a vivere. Oggi lui non c’è più e io mi chiedo ancora perché continuo a sentire dentro dei “sensi di colpa”, a sentirmi “imperfetta”, a pensare che forse è stata tutta colpa mia.”
Ecco. Io avrei voluto dirle “no signora, non è colpa sua! Non è mai stata colpa sua!”.

Ma la sua amica è stata più brava di me. Le ha risposto che quello è il meccanismo mentale su cui gioca l’uomo violento e manipolatore. E la violenza lascia tracce anche nel tempo.
A quel punto avrei voluto abbracciarle entrambe. Ma non potevo rompere quel perfetto cerchio di amicizia.

Emozioni. Se aprite occhi, orecchi e cuore… vi arrivano tutte…

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EVA E ALTRI SILENZI” (2014): racconti e monologhi di donne su temi impegnati (violenza di genere, molestia sessuale, anoressia, pedofilia…). Il libro è dedicato alla grande e compianta Franca Rame, su autorizzazione della Compagnia teatrale Fo Rame.

Cartaceo:

http://www.mondadoristore.it/Eva-e-altri-silenzi-Barbara-Giorgi/eai978889114200/

Ebook:

http://www.youcanprint.it/youcanprint-libreria/cataloghi-arte/eva-e-altri-silenzi-ebook.html

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Burkini e Bikini. Come uomo comanda.

Pubblicato 18/08/2016 da paroladistrega

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In alcune città francesi hanno proibito il “burkini”  cioè quello specifico abbigliamento da spiaggia che indossano molte donne musulmane (vedi vignetta, per intenderci). Sulla libera scelta o meno delle donne, si potrebbe scrivere un tomo: perché ci sono quelle che lo indossano liberamente e quelle che lo indossano perché costrette dal contesto socio-familiare (leggasi padre o marito). Ad esempio, la consigliera PD Sumaya Abdel Qader sostiene di indossarlo in piena libertà di scelta. Ma sappiamo bene che esistono tante altre situazioni dove invece esiste l’imposizione di regole e comportamenti da parte della componente maschile del nucleo familiare. L’Islam non è un’unica realtà omologata.

Ora, per mia formazione universitaria e professionale, dovrei essere dalla parte di chi difende il burkini. Ma non ci riesco, perdonatemi. Con questo, non giustifico certo i “divieti” ufficiali e istituzionali, perché espressione tangibile del fallito e fallibile modello assimilazionista alla francese.

Ma non riesco comunque a considerare il burkini come un capo di abbigliamento “normale”. Perché su un piano umano, penso a queste donne che, con un caldo asfissiante indossano abiti coprenti per celare il loro corpo. Questo, si sa, è lo scopo. Queste donne devono indossare il burkini per nascondere se stesse, negarsi, sottrarsi alla vista degli uomini.

Nei social leggo opinioni-commenti di molti sostenitori del burkini  Ma il burkini non è solo un capo d’abbigliamento: è un SIMBOLO CULTURALE che serve a occultare la femminilità, la donna. Sarebbe carino pensare a un modello MASCHILE del burkini: quello sì che mi piacerebbe vederlo. Così, per par condicio. Ma non sarebbe possibile, perché l’obiettivo cambierebbe. E l’obiettivo deve rimanere il “controllo sulla donna“.

Ricordiamoci che i simboli sono costruiti   ad uso e consumo del patriarcato. Il burkini è quindi paragonabile a una cintura di castità, a una corazza, ai costumi anni Venti che erano imposti per nascondere le forme, ai veli delle suore che devono coprirsi  i capelli  (io sono cattolica e mi piacciono di più le suore senza velo, visto che i preti non portano veli).

Il burkini non è solo espressione di una cultura,  ma l’ennesima manifestazione-regola del patriarcato, presente in modo trasversale in ogni gruppo sociale del pianeta (escluse poche società matriarcali).

Però.

E noi donne occidentali che indossiamo il bikini? Noi non siamo forse manipolate dalla nostra cultura dell’immagine, del culto del corpo che ci vuole tutte belle-sode-magremaconquartadiseno? Noi non siamo forse rifinite e scodellate come la pubblicità desidera? Noi non siamo forse cellulite-dipendenti che se non volendo vediamo un avvallamento di un cm nella coscia ci facciamo dieci sedute dall’estetista?

Sì, anche noi siamo dentro il calderone. Tutte agli ordini dell'”uomo guardiano”. Burkini o bikini? In fondo accade  tutto secondo regole imposte.

Ciao. Vado a prendere il sole in giardino, alla larga da uomini guardiani.

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NON VENGONO APPROVATI-PUBBLICATI  COMMENTI CONTENENTI FRASI OFFENSIVE, RAZZISTE, MISOGINE O COMUNQUE  VERBALMENTE  VIOLENTE.   I MITOMANI NON SONO I BENVENUTI.

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Il rogo delle donne

Pubblicato 03/08/2016 da paroladistrega

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Quando ho scritto il monologo “Chiamatemi strega” (pubblicato anche nel Blog di Franca Rame), ho parlato di “roghi” di streghe, con riferimento a una realtà storica, ma anche come attuale metafora del vivere femminile-femminista.

Sono Strega perché sono diversa, sono unica, sono un’altra, sono me stessa, sono fuori dalle righe, sono fuori dagli schemi, sono a-normale…  sono io!

Sono Strega perché sono fiera del mio essere animale-donna-zingara-artista e … folle ingegnere della mia vita.

Sono Strega perché so usare la testa, perché dico sempre ciò che penso, perché non ho paura della parola pericolosa e pruriginosa, della parola potente e possente.

Sono Strega perché spesso dò fastidio alle Sante Inquisizioni di questo strano millennio, di questo Medioevo di tribunali mediatici e apatici.

Sono Strega perché i roghi esistono ancora e io – prima o poi – potrei finirci dentro.”

Scrivendo quelle parole, non pensavo  a roghi di donne  concreti e contemporanei. Attuali. Ma a quanto pare, il rogo non è relegato nella storia antica delle donne e non è neppure solo una metafora. E’ una tragica realtà.

Perché oltre all’uso di mani-martelli-coltelli-mannaie-pistole, oggi nel femminicidio è presente il ROGO DELLA DONNA. E’ accaduto anche ieri a Lucca, nella mia Toscana. Vania Vannucchi è ora ricoverata in ospedale a  Pisa, dopo che un suo ex le ha cosparso il corpo con liquido infiammabile e le ha dato fuoco.

Anche Sara Di Pietrantonio, ricordate?  Accadde anche a lei, sempre per mano dell’ex. Ma lei è morta.

E’ successo a tante altre donne: arse, bruciate come streghe, per la grave colpa di non essere bambole a comando-manipolabili, oggetti da gestire-usare. Donne che dicono “no”. Donne che  si ribellano . Donne che hanno la forza di chiudere una relazione che provoca sofferenza e dolore. Donne che scelgono di cambiare vita, di ritrovare se stesse.

Donne che vengono punite con la morte oppure con segni che rimarranno presenti per sempre, nel corpo e nell’anima.

Stasera ascoltavo la notizia al telegiornale. Avevo in mano una bottiglia d’acqua e il braccio che la sorreggeva si è coperto di brividi. Nonostante il caldo afoso, avevo i brividi. Ho pensato che avrei scritto qualcosa qui nel blog. Ho anche pensato che scriverne non sarebbe servito a niente. Poi ho pensato che se non avessi scritto nulla, avrei continuato a sentire i brividi e a vedermi con quella bottiglia d’acqua in mano. Forse con il grande desiderio di annullare quel fuoco.

Ma io non posso spegnere nessun fuoco. E quell* che potrebbero fare qualcosa… non fanno praticamente nulla. Dov’è il cambiamento? Dove sono i risultati della politica nei confronti della mattanza delle donne?

Questa guerra è combattuta ad armi impari: da una parte ci sono arnesi-acidi-fuochi di morte. Dall’altra ci sono donne che scendono nelle piazze, scrivono, protestano, chiedono, lottano. Nel mezzo c’è tutto uno stagno di menefreghismo che mi fa veramente schifo.

I brividi per Vania rimangono. Ma almeno ho scritto qualcosa: io non voglio nuotare nello stagno del menefreghismo.

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3 agosto 2016: VANIA E’ MORTA.

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Parti di lui

Sono un Dugongo spiaggiato.

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BARBARA GIORGI

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BARBARA GIORGI