Riflessione sul femminicidio

Pubblicato 23/10/2016 da paroladistrega

viol

Prima di sottoporvi questa mia personalissima riflessione sul femminicidio, vorrei dirvi che mi occupo da anni del tema della VIOLENZA DI GENERE, come femminista attivista, sempre pronta ad ascoltare le donne vittime di violenza, a confrontarmi con operatrici e professioniste del settore, a creare sinergia con centri antiviolenza (ho anche frequentato un corso per operatrici antiviolenza).

A giugno 2016, con l’amica giornalista e scrittrice Angela Maria Fruzzetti, ho creato nella mia città (Massa, Toscana), la Rete Antiviolenza Massa (R.A.M.): un gruppo costituito da persone e associazioni della città di Massa (e zone limitrofe) impegnate nella LOTTA CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE E IL FEMMINICIDIO e contro qualsiasi forma di violenza.

Oggi, come accade ed è accaduto purtroppo tante altre volte, leggo di un’altra donna morta ammazzata per mano dell’uomo con cui ha avuto una relazione affettiva.  In provincia di Pisa, Comune di Pomarance: un altro femminicidio, un’altra donna uccisa perché in fase di separazione dal marito. Troppo spesso si ripete questo tragico, terribile copione: uomini che non elaborano la separazione dalla donna. “O mia o morta“.

Ma vengo al punto, esponendo questa mia personalissima e breve riflessione sul femminicidio.

Finora ho pensato, come tante altre femministe che si occupano di questa mattanza di donne, che il meccanismo di fondo fosse ricollegabile in senso stretto alla cultura dell’OGGETTIVAZIONE DELLA DONNA. Ora, sto iniziando a pensare che sia “riduttivo” pensare esclusivamente alla rappresentazione collettiva, allo stereotipo socio-culturale della “donna oggetto”. Certo, questo è uno degli elementi e dei fattori che influenzano  la “definizione” e “ri-definizione” della donna nella società, nel contesto familiare, nel rapporto a due. Ma credo che il meccanismo e l’azione del femminicidio siano da ricollegare anche e soprattutto a qualcosa di più “profondo”, atavico, riconducibile comunque a una cultura patriarcale e maschilista, fatta di status e ruoli sociali imposti.

Non sono una psicologa: ho studiato certo i miei bei tomi di psicologia all’università e mi sono – come ho precisato sopra- più volte rapportata con vittime di violenza di genere. Quindi questa mia riflessione non ha certo l’ambizione o la pretesa di essere un mini trattato di psicologia. E’ solo una mia idea, come femminista attenta alle dinamiche relazionali donna-uomo e ai meccanismi distorti che ne possono, spesso, far parte integrante.

Dopo attenta osservazione dei fatti di cronaca relativi al femminicidio e tenendo ben presente che l’uccisione della donna in tale ambito è l’azione finale di una escalation di violenza, sono giunta a pensare che il gesto finale del femminicida sia riconducibile al fatto di concepire la “vittima” come una parte indissolubile da sé: la donna non è “solo” un oggetto, ma una sorta di prolungamento del proprio essere. Un uomo-drago che divora, ingloba, fagocita.

E ho ricollegato tale immagine (non fantasiosa-fantastica, ma REALE) a un modello della psicologia: la c.d.  “mamma drago” di Marisa Dillon Weston. La studiosa, nella sua osservazione sui disturbi dell’alimentazione (e nello specifico dell’anoressia) scrive:  “la Madre Drago è ai miei occhi il simbolo della madre infinitamente bisognosa che non può permettere ai figli di andarsene, perché ha bisogno di loro per la sua stessa sopravvivenza psichica. La Madre Drago come l’immagine della Madre Terribile è anche un simbolo dell’inconscio attraverso il quale lei divora i figli impedendogli di acquisire consapevolezza e di reclamare una vita separata tutta loro.”

Come mai ho pensato a questo parallelo con la  “mamma drago”?

Perché:

  • nel caso della “mamma-drago” si ha una madre che crea una nuova vita per se stessa, per assorbire linfa vitale, per avere un prolungamento di sé e quindi non permette ai figli di andarsene;
  • nel caso del  violento e femminicida, vedo un uomo che unisce la sua vita a quella di una donna: sempre per assorbirne linfa vitale, per avere un prolungamento di sé e sempre senza “concedere” la libertà.

Due figure che divorano vita altrui:

  • la madre della figlia anoressica non compie violenza fisica, ma induce inconsciamente alla de-nutrizione e lenta morte del corpo della figlia;
  • l’uomo violento compie violenza fisica-psicologica in modo continuato, in una escalation fino alla morte della donna.

In entrambi i casi, vedo una figura di “vittima” molto simile (figlia anoressica e donna vittima di violenza): sono donne indotte e costrette a svuotarsi della loro energia vitale.

Quindi, focalizzando sul femminicidio: quando la donna si ribella all’uomo violento, questo uccide perché vede mancare il suo “nutrimento”, il suo succhiare vita, il suo sfruttare, il suo fagocitare un corpo altrui. Un corpo di donna che non è oggetto, ma vita da cui attingere per sé, per colmare un vuoto, una voragine interiore di insicurezze, instabilità, mancanze.

Non credo che si tratti di una “patologia” e non voglio certo trovare giustificazioni all’uomo violento (anzi): intendo dire che la sua violenza, a mio avviso, deriva da mancanza di completezza interiore, di appagamento e riconoscimento sociale. La donna gli serve come definizione di sé, del suo status, del suo battesimo socio-culturale di “maschio”. Lui esiste non come persona, ma come ruolo sociale. Se questo ruolo-potere gli viene tolto… è la fine.

Non so se questa mia personalissima riflessione può aiutare o se è errata. E’ solo una riflessione. Ma mi auguro che la legga qualche uomo.

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